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Per salvare il clima serve educare alla finanza

Al Festival di Valori viene spiegato il ruolo che la finanza potrebbe avere per salvare il nostro pianeta. Migliorare l’educazione finanziaria degli italiani è il primo passo in questa direzione.

17/01/2023

«Immagina di iscriverti a un corso per imparare qualcosa sul mondo del cibo. Arrivi e ti parlano delle etichette o dei criteri di controllo qualità.  È difficile che ti appassioni. Il cibo così rimane qualcosa di lontano». È con queste parole che Ugo Biggeri, presidente di Etica Sgr, parla al pubblico che il 22 ottobre ha riempito il Teatro San Carlo di Modena durante il Festival di Valori, rivista di finanza etica ed economia sostenibile. Si discute di quanto sia difficile fare informazione sulla finanza e di quanto sia basso il livello di educazione finanziaria degli italiani. I dati, in effetti, danno ragione a Biggeri: la finanza è percepita come qualcosa di molto lontano. 

Nel 2020 l’Ocse ha pubblicato un report in cui sono raccolti i dati di 26 Paesi nel mondo tra Asia, Europa e America Latina sull’educazione finanziaria di un campione di popolazione. L’Italia ha ottenuto il punteggio più basso, subito sotto alla Colombia e alla Romania. Gli stessi dati relativi al nostro Paese sono stati poi studiati in dettaglio dalla Banca d’Italia, che ha evidenziato come tra i fattori che più influiscono sul livello di educazione finanziaria ci siano l’istruzione, il genere, l’età e la localizzazione geografica. La finanza, insomma, rimane qualcosa ad appannaggio dei maschi laureati.

Nonostante siano dati in miglioramento rispetto all’indagine precedente, del 2017, l’educazione finanziaria media in Italia è molto bassa rispetto al resto del mondo. Questo potrebbe sembrare un problema minore rispetto ad altri. In realtà non è così. La spiegazione del perché sia in realtà un tema molto importante arriva dallo stesso palco da cui ha parlato Biggeri. In un’altra conferenza del Festival di Valori, sempre al Teatro San Carlo, viene analizzato il ruolo attuale e potenziale della finanza per combattere il cambiamento climatico.


Nell’incontro viene sottolineato che il settore finanziario può giocare un ruolo fondamentale nel guidare la transizione energetica e a preservare l’ambiente. A dirlo sono anche diverse indagini e studi delle Nazioni Unite. Il motivo è banale: per diminuire l’impatto dell’uomo sull’ambiente prima che sia troppo tardi servono molti soldi. Un report del 2018 della Global Commission on the Economy and Climate sottolinea che nei prossimi 10-15 anni sono necessari 90 trilioni di dollari di investimenti in infrastrutture sostenibili. In questo senso l’utilità della finanza è di fare in modo che i capitali vengano usati nel modo giusto. Oltre a questo, il settore finanziario può avere anche un ruolo cruciale nella minimizzazione dei costi sociali della transizione. Secondo l’International Labour Organization, può evitare che il passaggio ad un’economia sostenibile porti con sé maggiori disuguaglianze o che certe categorie rimangano eccessivamente danneggiate. 

Per questo negli ultimi tempi sta prendendo sempre più piede la finanza sostenibile. Ma dietro questa formula si nascondono delle insidie. Sonia Cantoni, parte del cda di Banca Etica e ospite della conferenza su finanza e clima, illustra la differenza tra finanza etica e finanza sostenibile. Quest’ultimo è il termine adottato dalla Commissione Europea e che è stato definito con dei criteri precisi nella nuova tassonomia europea, che serve proprio a definire cosa è sostenibile e cosa no. 

Cantoni spiega che la finanza sostenibile ha gli stessi obiettivi principali della finanza tradizionale: massimizzazione del profitto e del valore di azioni e dividendi. L’unica novità è che si cerca di non nuocere troppo all’ambiente: nel valutare un investimento, si prende in esame anche il suo impatto sull’ambiente. Il problema però è che questo rischia di essere un approccio limitato: secondo i criteri della finanza sostenibile, un certo prodotto può essere considerato sostenibile anche se viene da un soggetto che investe la maggior parte dei propri fondi in combustibili fossili o armi. Al contrario, la finanza etica adotta un approccio più sistemico: non vengono valutati solo i singoli investimenti, ma l’intero contesto in cui si collocano. In più, non si guarda solamente all’impatto ambientale ma anche a fattori sociali e di trasparenza finanziaria. 

L’impianto più rigoroso della finanza etica rispetto a quella sostenibile si riflette anche nei dati. Da un lato, infatti, la finanza sostenibile ha aumentato le sue cifre d’affari in maniera spaventosa negli ultimi anni: citando i dati di Assogestioni, Cantoni ha sottolineato come i fondi aperti di finanza sostenibile gestissero nel 2017 appena 8 miliardi di euro, contro i 430 del 2021. Oltre 50 volte di più. Dall’altro lato però l’affinità della finanza sostenibile con quella tradizionale – in parole povere, la necessità di massimizzare il profitto a breve termine – rende questi progressi molto volatili. A giugno di quest’anno i fondi erano già diminuiti a 417 miliardi. Secondo Cantoni, il motivo è che la situazione economica e geopolitica internazionale ha reso nuovamente redditizio investire in fonti fossili o in armi.

La direzione in cui ora si sta muovendo l’Unione Europea, pur con tutte le sue problematiche, è quella di rendere poco redditizi gli investimenti in combustibili fossili e in generale in attività inquinanti in maniera stabile. In parte è già così: «Oggi non conviene più investire su una miniera di carbone. È una follia finanziaria!» dice Andrea Barolini, autore per Valori e uno degli organizzatori del festival. Eppure, il passaggio a una finanza realmente più sostenibile – o meglio, etica – non avviene così facilmente. «Il problema – incalza Barolini – è che il cambiamento prevede anche un cambiamento culturale».

A questo punto, l’importanza dell’educazione finanziaria è evidente. Avere una popolazione informata su temi di finanza permetterebbe un aumento della sensibilità sull’impatto ambientale dei propri investimenti – o di quelli della propria banca di riferimento, o anche del proprio Governo. In questo modo, chi decide di investire in attività inquinanti dovrebbe rendere conto delle proprie azioni all’opinione pubblica – quantomeno in maniera maggiore rispetto a oggi. 

Articolo di Francesco Paolo Savatteri