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Nella gestione migratoria, la pandemia non cambia le cattive abitudini

Nonostante l’evidente precarietà di tutti i tentativi di gestione del fenomeno, il focus rimane sulla gestione dello spazio pubblico e sulla detenzione

22/02/2021

La pandemia, grande protagonista dell’ultimo anno, ha creato le condizioni per mettere in discussione molti aspetti del mondo in cui viviamo ma, allo stesso tempo, ha fatto in modo che tante delle tensioni sociali che già esistevano si acuissero. In questo contesto, la politica migratoria dell’Italia si è rivelata ancora una volta in tutti i suoi difetti. In particolare, due tratti di questo sistema sono diventati ancora più evidenti di quanto già non lo fossero: l’approccio “efficientista” con cui la politica gestisce le migrazioni, focalizzato sul fermare gli sbarchi e incrementare le espulsioni, insieme all’applicazione sistematica di misure detentive come strumento di controllo.

Questi connotati non sono una novità, ma piuttosto l’eredità di due decenni in cui tutti i governi che si sono succeduti, anche quelli di centro-sinistra, hanno continuato ad adottare un approccio emergenziale per affrontare il fenomeno migratorio. Dal 1998, anno dell’approvazione del Testo Unico sull’Immigrazione, non è stato più prodotto alcun apparato normativo che disciplini in maniera organica tutte le realtà che gravitano intorno alla migrazione.

Questa lacuna è dovuta all’assenza di una visione lungimirante sulla questione da parte della classe politica dirigente: una visione che vada oltre il semplice obiettivo di disinnescare la percezione di emergenza all’interno dell’opinione pubblica.

 

Detenzione amministrativa pandemica

 Diversamente da molte altre categorie, per i migranti in arrivo sul territorio italiano il 2020 non è stato un anno così diverso dagli altri. I CPR sono rimasti aperti senza interruzione, nonostante durante il primo lockdown i voli internazionali fossero sospesi. Questo è paradossale poiché gli aerei non partivano e, di conseguenza, i rimpatri non potevano avvenire e non c’era motivo di tenere aperti i CPR.

A dimostrazione di ciò, basta prendere l’esempio della Spagna, dove i centri di detenzione per cittadini stranieri (CIEs – Centros de Internamiento de Extranjeros) sono stati temporaneamente chiusi, per poi venire riaperti a settembre. Una misura che, seppur temporanea e parziale (i centri di detenzione delle enclavi di Ceuta e Melilla sono rimasti aperti), ha dato valore alla tesi per cui porre fine alla detenzione amministrativa può essere un’ipotesi concreta e non utopica. 

In Italia, come rileva un recente report pubblicato da un gruppo di ricercatori dell’università di Oxford parte di Landscapes of Border Criminologies, un progetto più ampio di mappatura dei luoghi di detenzione amministrativa a livello globale – la pandemia ha funzionato da amplificatore di meccanismi già esistenti.

Infatti, in primavera, durante i mesi di lockdown, nei CPR sono stati tenuti soprattutto gli individui considerati più “indesiderabili” o “potenzialmente pericolosi”: la maggioranza delle donne sono state rilasciate, mentre i centri si sono riempiti di persone in arrivo dalle carceri e di stranieri senza fissa dimora, seguendo una “gerarchia di meritevolezza della detenzione” . Data l’impossibilità del rimpatrio, è evidente come l’intento di queste misure fosse soprattutto tenere lontano dallo spazio pubblico le persone migranti e sfruttare la detenzione amministrativa per allentare la pressione sulle carceri, in tensione a causa del sovraffollamento e della paura del contagio.

Con la diminuzione dei casi e la parziale riapertura delle attività e dei confini, i rimpatri sono ricominciati. In questa fase è emerso il secondo tratto caratteristico del sistema di gestione migratoria, cioè il tentativo di rendere i CPR dei luoghi “a porte scorrevoli”, dove i detenuti rimangono per poco tempo e vengono rimpatriati velocemente. Per fare un esempio, a partire dall’estate, il CPR di Roma e il nuovamente riaperto centro di Milano –  non a caso entrambi vicini a due aeroporti internazionali – hanno ospitato quasi unicamente tunisini sbarcati sulle coste italiane, in fuga da un paese dilaniato da una lacerante crisi economica ma senza diritto di chiedere lo status di rifugiati poiché migranti “economici”. Il motivo per cui le persone di nazionalità tunisina vengono sistematicamente portate nei CPR è che l’Italia ha firmato un accordo bilaterale sui rimpatri con il governo di Tunisi e quindi l’espulsione è più semplice.

 

Navi quarantena

In tutto ciò, la vera novità introdotta durante la crisi sanitaria da Covid-19 sono le cosiddette navi quarantena. Dall’8 aprile 2020, a seguito di un decreto firmato dai ministri Di Maio (Esteri), Lamorgese (Interni), De Micheli (Infrastrutture) e Speranza (Sanità), l’Italia non si dichiara più un porto sicuro, poiché i porti italiani non assicurano i necessari requisiti per la classificazione e definizione di Place of Safety.

La conseguenza è stata l’istituzione, con un decreto della Protezione Civile del 12 aprile, delle navi quarantena: navi private, dove vengono isolati i migranti in arrivo via mare in Italia. Chi risulta negativo al test per il Covid-19 rimane sulla nave per quindici giorni, chi invece risulta positivo rimane sulla nave finché il tampone non diventa negativo. 

Le criticità di questa misura sono diverse, ed emergono soprattutto sul piano psicologico: tenere persone confinate su una nave per lunghi periodi di tempo può provocare forti disagi psichici. Secondo il decreto, sui traghetti dovrebbero essere trasferite le persone soccorse dalle imbarcazioni delle ong, tuttavia anche migranti che erano arrivati a terra con imbarcazioni di fortuna sono stati confinati sulle navi. Questa prassi ha contribuito ad alimentare frustrazione e senso di smarrimento, che possono portare a compiere gesti drammatici: l’episodio più tragico è avvenuto lo scorso maggio, quando un ragazzo tunisino è morto in mare, dopo essersi lanciato in acqua per raggiungere la costa a nuoto.

Per di più, a rendere ancora più surreale lo scenario, uno studio pubblicato sul Journal of Travel Medicine, coordinato da Joacim Rocklöv – docente di epidemiologia all’Università Umeå, in Svezia – ha dimostrato che il confinamento a bordo delle navi non è efficace nella limitazione del contagio: l’evacuazione immediata in porto avrebbe portato a circa un ottavo dei casi.

Anche dal punto di vista giuridico le navi quarantena presentano diversi problemi. Secondo le convenzioni internazionali sul soccorso in mare, infatti, i soccorsi sono da ritenersi conclusi solo una volta che le persone sono state portate a terra e in un Place of safety, un luogo sicuro. Inoltre, anche se la Commissione Europea prevede la possibilità di stabilire modalità di accoglienza diverse da quelle normalmente richieste, queste devono comunque garantire le esigenze essenziali – tra cui l’assistenza sanitaria – e rispettare le condizioni di necessità, proporzionalità e non discriminazione. 

Infine, chi è confinato sopra le navi si trova in una condizione di ulteriore precarietà, poiché, anche se si trova sotto la giurisdizione dello stato italiano per quanto riguarda le misure sanitarie imposte – il confinamento – non è in grado di esercitare diritti che il nostro Paese dovrebbe riconoscere e tutelare. Non c’è copertura giurisdizionale, i migranti non possono rivolgersi a un giudice, non possono iniziare le procedure per la richiesta d’asilo. Non possono essere riconosciuti come vittime di tratta o come minori stranieri non accompagnati e nemmeno avviare le procedure per il ricongiungimento familiare. 

 

Emergenza e decreti

La gestione dei CPR durante la pandemia e l’introduzione delle navi quarantena sono due manifestazioni emblematiche di come la politica italiana non riesca a creare un quadro organico d’insieme. Il 2020 però rappresenta solo l’ultima trasformazione di un processo iniziato anni fa.

L’urgenza di affrontare il problema degli sbarchi si è intensificata a partire dal 2011, anno in cui hanno iniziato ad aumentare sempre di più, raggiungendo il picco nel 2016, quando sbarcarono sulle coste italiane oltre 180.000 persone (e 5.000 morirono provandoci). Anche la politica si è adeguata a questa urgenza, fino a manifestare sempre di più la volontà di proporre soluzioni che fossero le più rapide ed efficienti possibili, che hanno preso la forma dei decreti legge che si sono susseguiti negli ultimi anni.

Questo approccio al fenomeno inizia con il decreto Minniti-Orlando, poi convertito nella legge 46/2017, che ha dato un nuovo nome ai centri di detenzione, Centri di Permanenza per i Rimpatri, con l’obiettivo di isolare i soggetti irregolari e “pericolosi”, considerati un rischio per l’ordine pubblico nazionale, e accelerare le procedure per il rimpatrio. 

Su queste basi si inseriscono anche i decreti Sicurezza di Salvini, convertiti nelle leggi 132/2018 e 77/2019. Con essi la detenzione amministrativa diventa lo strumento cardine per gestire i fenomeni migratori: la detenzione nei CPR viene estesa fino a un massimo di sei mesi, viene facilitato il passaggio dagli hotspot ai CPR, il soccorso in mare viene criminalizzato.

Infine, per arrivare al 2020, a ottobre il governo ha presentato un decreto-legge in tema di immigrazione, trasformato nella legge 173/2020 il 20 dicembre. Questa si struttura in dodici articoli: il tema principale è l’immigrazione, ma si parla anche di ordine pubblico, due concetti considerati ormai inscindibili. Inoltre, viene reintrodotta la protezione umanitaria, rinominata protezione speciale, che può essere convertita in permesso di soggiorno per lavoro (ma non per studio). Sono abolite le sanzioni amministrative contro le ONG, che devono comunque rispettare le convenzioni internazionali e comunicare le proprie azioni alle autorità nazionali. Rimane, però, la possibilità per il Ministro degli Interni, d’accordo con quello della Difesa e dei Trasporti, di vietare l’ingresso delle navi nei porti nazionali, se queste non rispettassero i criteri e si potrebbe addirittura avviare un processo penale. 

La legge, poi, riduce il tempo massimo di permanenza nei CPR a 90 giorni e, per quanto riguarda le espulsioni, si introduce il divieto di rimpatrio verso i paesi dove gli stranieri espulsi rischierebbero la tortura o trattamenti disumani e degradanti. Infine, si proteggono dall’espulsione anche coloro che sono sul territorio italiano irregolarmente, ma hanno significativi legami parentali in Italia.

 

Le vecchie abitudini: efficenza e detenzione

La pandemia avrebbe potuto essere l’occasione per un ripensamento delle politiche migratorie in Italia. Invece, la classe politica ha dimostrato di essere incapace di guardare ai flussi migratori come a un fenomeno strutturale e di continuare a ignorare che l’Italia sia un paese di immigrazione. 

Nonostante l’evidente precarietà di tutti i tentativi di gestione del fenomeno, ancora il focus dei decreti rimane sulla gestione dello spazio pubblico – da tenere il più ordinato possibile – e sull’espulsione. Anche il nuovo piano presentato dalla Commissione Europea in materia di migrazione e asilo si focalizza unicamente sulla chiusura dei confini per arginare i flussi migratori verso l’Unione e sul rafforzamento degli accordi con Paesi terzi, per attuare i rimpatri e aumentare ulteriormente, anche attraverso Frontex, il controllo delle frontiere esterne dell’Unione. Nel Patto non c’è nient’altro se non la volontà di bloccare con ogni mezzo sia i migranti economici sia i rifugiati in Paesi terzi, impedendo il loro transito verso l’Europa: gli interventi sui temi dell’integrazione e dell’inclusione di persone che andranno a far parte del nostro tessuto sociale sono del tutto ignorati

 

In questo modo di agire non c’è lungimiranza, ma solo la volontà di dare una parvenza di controllo. Un controllo che viene esercitato attraverso l’abbandono e l’incuria delle persone detenute, che smettono di essere persone per diventare soggetti da lasciare fuori dai confini e, nel caso in cui riescano comunque ad arrivare, da tenere in gabbia e da rimandare indietro il più presto possibile per non disturbare l’ordine pubblico. Tutto il contrario di ciò che dovrebbe essere integrazione.

Articolo di Jacopo Caja e Carlotta Vernocchi