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Cosa si richiede al Premio Strega post pandemico

In attesa del vincitore è bene ricordare da dove il Premio è partito e, eventualmente, le prospettive future.

11/06/2021

La Roma del secondo dopoguerra, i salotti borghesi e la voglia di svago, di esprimere la propria creatività nell’attesa di tempi migliori. Nell’era della pandemia, in maniera analoga al periodo successivo alla seconda guerra mondiale,  il desiderio di voler trovare una valvola di sfogo e una via di fuga è diventato sempre più palpabile, soprattutto nei numerosi giorni che, dal marzo 2020, si sono susseguiti quasi indistinguibili.  Eppure, ciò che hanno generato quegli incontri romani, che iniziarono a tenersi nelle domeniche del 1944, sarebbe diventato un evento cardine della letteratura italiana. Il Premio Strega fu inaugurato il 17 febbraio 1947  per volontà della scrittrice Maria  Bellonci e grazie al contributo di Guido Alberti, proprietario della casa produttrice del liquore beneventano Strega, da cui il premio prende il nome. Oltre ai suoi fondatori, però, a fare da traino all’iniziativa vi erano i cosiddetti Amici della Domenica, un ensemble di scrittori e artisti poliedrici che si riuniva per ricercare nella scrittura quella normalità che la guerra aveva violentemente interrotto. Infatti,  il motore trainante che ha portato alla nascita del Premio è da ricercare nel periodo storico nel quale quegli incontri erano immersi. L’Italia del 1944 era un paese distrutto dalla guerra, piegato dal nazifascismo e con una prospettiva storica fortemente incupita dagli eventi e dalla mancanza di speranze tangibili. La volontà di trasformare il dolore e l’incertezza in arte, però, ha reso il Premio Strega una fucina di idee, diventando progressivamente portavoce delle tendenze e dei sentimenti degli scrittori. La necessità di esprimersi ha guidato gli Amici della Domenica e la fondatrice dello Strega, Maria Bellonci, che dichiarò: “Già da tempo cominciavo a pensare ad un nostro premio, un premio che nessuno ancora avesse mai immaginato. L’idea di una giuria vasta e democratica che comprendesse tutti i nostri amici mi sembrava tornar bene per ogni verso; confermava il nuovo acquisto della democrazia”. Ennio Flaiano, vincitore nel ’47 con il romanzo Tempo di uccidere, inaugurò il premio che si proiettava come osservatorio “democratico” dei gusti dei lettori e dei temi caldi del paese che, inevitabilmente, si riflettevano (e continuano a riflettersi) nella letteratura.

 

La democrazia del Premio Strega non convince

Dal punto di vista tecnico, il Premio Strega si basa su un regolamento consolidato da tempo. Partiamo dai libri in gara: possono essere candidati i testi pubblicati tra il primo aprile dell’anno precedente e il 31 marzo dell’anno in corso. Il ruolo degli Amici della Domenica (un’assemblea ormai composta da quattrocento personalità culturalmente rilevanti) è preponderante in quanto questi ultimi non solo partecipano alla scelta del vincitore ma possono, singolarmente, proporre i libri ritenuti meritevoli di prendere parte alla competizione. Da questa preselezione si arriverà poi ai dodici libri per poi giungere, a luglio, alla cinquina finale. La scelta della dozzina però non sarebbe, in teoria, elitaria ma coinvolge (oltre ai quattrocento giudici canonici) anche altre voci. Si aggiungono infatti un gruppo di lettori che cambiano ogni anno, definiti lettori forti; duecento votanti all’estero segnalati dagli Istituti di Cultura italiana; venti voti collettivi da università o circoli di lettura preselezionati. Da otto anni, inoltre, si è deciso di conferire maggiore spazio ai gusti e le preferenze dei lettori più giovani, istituendo il Premio Strega Giovani. La sezione giovani coinvolge ragazzi e ragazze delle scuole superiori in Italia e all’estero, diventando occasione di incontro tra generazioni diverse. Un tentativo di avvicinare ancora di più gli adolescenti alla letteratura italiana che prevede la possibilità  di ricevere una targa e un premio dal valore di 100 euro per chi avrà scritto la migliore recensione su uno dei libri in gara. Nonostante le nuove iniziative siano state implementate per favorire un coinvolgimento maggiore di lettori, il processo decisionale  che sancisce ogni anno il vincitore dello Strega è da sempre oggetto di critiche. La  principale riguarda il ruolo svolto dagli  Amici della Domenica, per alcuni troppo elitario e, talvolta, in favore delle case editrici più grandi. Infatti in passato ciascun membro del gruppo doveva, da regolamento, associarsi a un collega per la presentazione di un’opera ritenuta meritevole di concorrere. Questa modalità rendeva il premio meno culturale e più commerciale poiché, di prassi, erano le case editrici stesse a cercare due giurati affinché presentassero uno dei propri libri. Alla luce di ciò si è sviluppata l’accusa secondo la quale il processo di selezione fosse pilotato dalle grandi case editrici che, de facto, avevano (e continuano ancora ad avere) mezzi maggiori per pubblicizzare le proprie opere, imponendo la propria presenza nella gara. Un esempio lampante è l’edizione del 2018 del Premio: su 41 libri presentati dagli Amici della Domenica, ben 10 erano editi Mondadori. La modifica del regolamento, attuata proprio nel 2018, prevede quindi che ciascuno Amico proponga un libro in autonomia, senza associarsi a un collega come avveniva in passato: ciò dovrebbe agevolare e favorire la partecipazione da parte di case editrici più piccole minando il monopolio dei giganti dell’editoria.  A confermarlo  Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci, il quale afferma che ”[precedentemente]  il boccino delle presentazioni era nelle mani dell’editore, che faceva da coordinatore tra i due presentatori. Non sarà più così. Abbiamo liberalizzato il meccanismo di presentazione, eliminando ogni automatismo”. Un esempio di in questa direzione è Fandango Libri, editore indipendente, che nell’edizione scorsa si è aggiudicato un posto da finalista con Febbre, l’esordio pluripremiato di Jonathan Bazzi.

 

Il premio e la pandemia

Nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale, il Premio Strega era stato ideato come simbolo di resistenza e, al contempo, di ricostruzione nella speranza di tempi migliori non solo per il paese, ma anche per la cultura in generale. Imprimere su carta i malcontenti  generati dai periodi di crisi  permette di ripensare al presente con l’aspirazione di riscriverlo,  esorcizzando i demoni che ci attanagliano, anche a distanza di anni. Basti pensare a vincitori delle edizioni passate come Carlo Cassola che nel 1960, con il romanzo La Ragazza di Bube, racconta le lotte politiche tra fascisti e comunisti, a qualche anno dalla fine del secondo conflitto mondiale. Per superare le conseguenze di una crisi c’è bisogno di tempo e, a volte, di tanti libri. Quello che la storia (anche quella letteraria) ci insegna è che i tempi complicati e anche tristemente interessanti, difficilmente saranno sterili dal punto di vista culturale.

In Cina, quando si intende augurare un futuro non proprio roseo a qualcuno, si dice “che tu possa vivere in tempi interessanti”, perché i tempi sono detti degni di nota sostanzialmente a seguito di avvenimenti nefasti: il biennio 2020-21, in questo senso, è senza ombra di dubbio interessante. All’inizio della pandemia abbondavano le ipotesi sulle evoluzioni della letteratura post pandemica: si preconizzava un boom di profonde riflessioni esistenzialiste sulla scia di Camus e Saramago, si auspicava un fiorire di grandi opere sulla comunanza di destino dell’umanità tutta e sull’impellenza della libertà umana. Il Premio Strega 2021 invece, che ha in dozzina libri pubblicati tra il 1° aprile 2020 e il 31 marzo 2021, sembra essere intriso di tutt’altre tematiche. Si tratta di una dozzina quasi monocromatica, in quanto, su dodici romanzi, dieci hanno come nucleo tematico centrale la famiglia, comprendente anche le amicizie di tempi immemori, come nel caso di Due Vite di Emanuele Trevi, incentrato sul racconto delle vite di Pia Pera e Rocco Carbone, amici intimi dell’autore. Melania G. Mazzucco, presidentessa del comitato direttivo del Premio Strega, in un’intervista per Ansa, ha detto che «I titoli selezionati raccontano per la maggior parte storie legate al vissuto personale dell’autrice o dell’autore, al suo mondo privato e prossimo e alla geografia provinciale, talvolta rionale»; il taglio autobiografico o semi-autobiografico risulta infatti preponderante, soprattutto nelle ricostruzioni delle ambientazioni, attinte da esperienze e ricordi realmente vissuti. Spicca Il libro delle case di Andrea Bajani, in cui il trascorso di un protagonista simbolicamente chiamato Io viene dispiegato in case le cui caratteristiche danno nome a ogni capitolo, come a sottolineare la centralità della casa come luogo allegorico, tappe che formano un percorso di vita – che nel caso specifico di Bajani è scandito dal ricorrere di fatti di rilevanza storica, quali l’assassinio di Aldo Moro e quello di Pasolini. «Sono storie di famiglie, dominano le figure delle madri» aggiunge Mazzucco «spesso anaffettive, furiosamente antagoniste»: la dozzina della settantacinquesima edizione pullula di mamme ipertrofiche, strabordanti e, più in generale, di figure femminili turbinose, colonne portanti delle storie. Emblematici, in questo senso, sono i romanzi Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone, scritto in prosa sperimentale, che racconta della madre adottiva dell’autrice e del rapporto problematico con quest’ultima, spesso rabbiosamente criptica, e Borgo Sud di Donatella di Pietrantonio, séguito dell’Arminuta (vincitore del Premio Campiello 2017), in cui le figure diametralmente opposte di due sorelle (a loro volta simili alle sorelle di Cara Pace di Lisa Ginzburg) si configurano come prodotti diverse della ribellione a una madre opprimente. Diversamente ingombrante è invece la figura materna in L’anno che Roma fu due volte Natale, di Roberto Venturini, che vede protagonisti una madre obesa e depressa e un figlio incapace di staccarsi da lei e dal quartiere del Villaggio Tognazzi in cui è nato.

Lo Strega, come attesta il documento dell’Albo d’Oro dei vincitori, rappresenta uno specchio delle esperienze e dei gusti italiani,  un calco della realtà e dei mutamenti sociali; c’è quindi da chiedersi se lo stravolgimento prodotto dalla pandemia porterà, magari nelle prossime edizioni, alla produzione di romanzi profetici. Se dalle due guerre mondiali sono scaturite correnti letterarie e romanzi che sono pietre miliari della storia della letteratura (testi come L’isola d’Arturo di Elsa Morante, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, per citarne alcuni) e se i conflitti moderni hanno smosso l’esigenza di risposte a questioni umanitarie ed esistenziali, il generale ripiegarsi su sé stessi può essere interpretato come un processo di metabolizzazione, di graduale presa di coscienza.L’isolamento continuato sembra aver soltanto lavato via il frastuono delle attività quotidiane, lasciando gli scrittori alla loro forma più pura e fanciullesca, intenti a scandagliare le soffitte delle case di famiglia e a frugare fra vecchi album di fotografie. È pur vero che molti dei romanzi sono probabilmente prodotti finali di scritture prolungate nel tempo, propaggini di racconti semi-autobiografici che hanno trovato terreno fertile nei lunghi periodi morti del lockdown e che quindi non siano nati effettivamente a crisi iniziata. Di fatto però, totalmente incuranti (o quasi) di un futuro passivamente delegato a vari DPCM, ordini e contrordini, i finalisti dello Strega hanno trovato più materiale narrativo in un passato da rispolverare che nella catastrofe, che alla fin fine si è rivelata, pur nella sua tragicità, una sorta di pit stop per un breve ritorno ad un focolare domestico non sempre da Mulino Bianco. Resta però da valutare se i lettori abbiano voglia o meno di soffermarsi insieme agli autori su percorsi di vita e nostalgiche rimembranze; infatti, com’è vero che i grandi stravolgimenti suscitano domande, è anche vero – e ne sono esempi i Roaring Twenties – che la ricerca dello svago e delle frivolezze è più che lecita al dissiparsi di un periodo cupo. Solo le prossime edizioni riveleranno se questa settantacinquesima sia stata una parentesi, un ensemble di diari scritti nell’irreale silenzio dei mesi di lockdown e se, al graduale ritorno alla normalità, anche i vecchi album torneranno in soffitta.

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Articolo di Maria Cristina Odierna, Ludovica Russo