Ep. 5 – Franco (ristorante)

di Andrea Vargiu

19/04/2022

Il rumore acuto delle posate che si scontrano sulla porcellana dei piatti e il brusio confuso delle voci anonime fanno da accompagnamento al nostro lungo assolo di silenzio. Flaminia è confusa, i nostri sguardi bassi le fanno pensare che abbia detto qualcosa di male, di sbagliato. fisso il piatto ormai tiepido sotto di me, un flebile tepore si scontra con collo e mento, mi piace e per un attimo mi scordo di quella dannata stanza. Cazzo, perchè adesso? Perchè ora è spuntato Gioele? nell’unica sera all’anno in cui decidiamo di trovarci. A stare vicino a Manfredi inizio a ragionare come lui.
“Ma che ho detto?”.
“Nulla Flamì”, si affretta a rispondere Manfredi mentre giocherella con il bicchiere di vino che ha tanto criticato ma che adesso butta giù molto volentieri.
“Guarda che facce che avete, dai che ho detto?”.
“La stanza…”, dice Lia piano e senza alzare la testa.
“Cosa? la stanza cosa?”.
“La stanza dove Gioe…”.
“Quindi abbiamo veramente deciso di parlarne? Stasera?”, è il viso corrugato di Manfredi a far uscire la domanda in tono indignato.
“Tra poco arriva pure Ludo, e non mi pare proprio il caso parlare di ‘sta roba”.
“Ma che state dicendo? non vi capisco”, chiede Flaminia sempre più confusa e quasi spaventata.
“Tu hai visto Gioele nella stanza?”, le chiedo. Mi ha stufato girarci intorno.
“Mi pare di sì, prima di raggiungere te e Lia in cucina”.
“E c’era Ludovico?”
“No, non sub… ”.
“Visto? Stiamo parlando del nulla basandoci sul niente”, interviene veloce l’avvocato Manfredi.
“No, non l’ho visto nella stanza ma l’ho incontrato sulle scale mentre scendevo, mi ha dato un cinque e… e poi è entrato nella stanza”. Sta iniziando a collegare i pezzi, sta iniziando a capire e a cadere dalle sue morbidissime nuvole per schiantarsi qui da noi, sulla terra.
Il pomo d’Adamo di Manfredi scende e sale due volte prima di far scomparire il vino dal bicchiere lasciandolo vuoto per qualche secondo, giusto il tempo di afferrare la bottiglia e riempirlo di nuovo. E’ alticcio adesso, e fa poco per nasconderlo.
“Non è successo niente!”, aggiunge sventolando il bicchiere.
“Inizio a pensare che come avvocato fai schifo”, gli dico un po’ per provocare e un po’ perché lo penso.
“Sì? Dici Franco? Mi fa ridere che me lo dica uno che ha le mani sporche di olio e merda ogni giorno”.
“Basta ragazzi”, supplica Flaminia.
“Stai esagerando Manfrè”.
“Ti da fastidio che ti faccia notare come ti sei ridotto? Un meccanico”, mi indica con la mano aperta e una smorfia di disgusto.
“Dove sono finiti i begli ideali eh?”.
“Smettila Manfre”, supplica ancora Flaminia stringendogli il braccio.
“Dove sono finiti i negri da aiutare?”.
Punto i piedi per alzarmi verso di lui, ma vengo fermato dal braccio di Lia.
“Franco, prova ad alzarti e giuro che ti mollo uno schiaffo”, la sua voce è ferma, decisa, ma il suo viso è pesante, scavato, tutti questi anni le sono apparsi addosso. Non l’ho mai vista così.
“Cosa volevi fare? Farci vedere quanto il grosso Franco sa essere virile?”, è ancora quel viso a parlarmi, io lo guardo ma non ci riconosco nessuno.
“Finitela”. Anche gli altri rimangono spiazzati come me. Manfredi si acquieta e rimane zitto.
A quanto pare gli è scomparso l’alcol dal corpo in un secondo.
Nel tentare di alzarmi ho urtato il tavolo con la gamba facendo cadere il mio bicchiere. La chiazza rossa di vino si espande lentamente sulla tovaglia bianca, inghiotte tutto quello che ha davanti. Man mano che si allontana perde velocità, si ferma al bordo di porcellana del piatto di Flaminia. I passi svelti di un cameriere raggiungono il tavolo, ci dice che adesso vengono subito a pulire.Nessuno parla. I passi si allontanano.
L’aria inizia a diventare respirabile, la cappa di tensione si sta dissipando. Con coraggio iniziamo di nuovo a guardarci in faccia, silenziosi. Il bicchiere di Manfredi è di nuovo vuoto, come gesto di pace riempio il mio e il suo, ci scambiamo un microscopico cenno del capo per firmare l’armistizio. Poi sbianca mentre mi guarda. No, non sta guardando me. Altri passi si avvicinano.
“Scusi, cambio solo la tovaglia”, dice una voce monotono. Mi alzo per lasciargli cambiare la tovaglia dal mio posto. Sento il suo odore buono, è lui. E’ sparito l’ossigeno da respirare. Lo vedo chino, intento a scoperchiare la tovaglia dal tavolo. Anche per Manfredi è finito l’ossigeno e incrociamo gli sguardi per condividere, anche solo con gli occhi, il disagio. Lia sembra imbalsamata; Flaminia invece gli fa correre gli occhi addosso, dal basso delle scarpe all’alto dei capelli, lo studia con quel suo sguardo un po’ troppo ingenuo e innocente.
Dopo aver sistemato prende la tovaglia sporca e se ne va, senza aggiungere nulla. Regalo pace alle mie gambe tremanti e mi lascio cadere sulla sedia. Mi ricordo di respirare.
Leggo sulle labbra di Manfredi una bestemmia afona; Lia inizia a riprendere vita.
“Si è fatto carino”, se c’è un dio lo ringrazio per aver inventato Flaminia. Ci escono piccole risate nervose, quasi catartiche. Adesso abbiamo bisogno di questo, di ridere.
Non l’ho visto in faccia, solo la sua schiena. Ci avrà riconosciuti? probabilmente sì, se noi abbiamo riconosciuto lui non vedo perchè non possa essere anche il contrario.
Ho bisogno di una sigaretta. Mi alzo piano, facendo attenzione a non urtare il tavolo per non far cadere più nulla.
“Vado a fumare”.
Afferro la maniglia della porta a vetro del ristorante ansioso di uscire. L’aria è calda e sa di asfalto bagnato. Le auto sono ricoperte da piccole gocce. Guardo il lampione dall’altra parte della strada, il fascio di luce arancione mi svela le sottilissime linee di pioggia. Esco dal riparo dei balconi sopra il ristorante, alzo il capo al cielo e mi lascio pungere la faccia dall’acqua. Rimango così, poi sento la porta aprirsi.
“Così ti bagni”. Sto fermo, muovo solo gli occhi in direzione di Lia che si è messa vicino a me.
“Mi rilassa”.
“Mi spiace per prima”.
“No, avevi ragione, dovevi darmelo comunque lo schiaffo”.
“Di sicuro te lo meritavi, anche solo per esserti abbassato a discutere così con Manfredi”.Ridiamo.
“Non ti avevo mai vista così”. Tiro fuori tabacco e cartine.
“Me ne giri una?.”.Senza rispondere le passo quella che ho appena girato, e mentre ne giro una seconda stiamo in silenzio a farci bagnare dalla pioggia e a guardare i fari delle macchine che si allungano sull’asfalto umido.
Le tendo la mano con l’accendino acceso, avvicina il viso alla fiamma. Le sue labbra sottili circondano il filtro, si contraggono sbiancandosi leggermente al primo tiro.
“E’ questa cazzo di situazione che mi destabilizza”, riprende il discorso.
“Lo so”, le accarezzo piano la schiena.
“Manfre mi irrita con il suo continuo far finta di nulla, ma…”
“A chi lo dici. Prima o poi doveva uscire questa storia”.
“Si ma perché proprio stasera è spuntato Gioele?”.
“Me lo sono chiesto anche io”.
“Nell’unica sera all’anno in cui ci vediamo.Tu cosa ne pensi?”, mi chiede sputando fuori il fumo.
“Una parte mi dice che vivrei meglio lasciando perdere questa storia, l’altra parte invece mi dice che se lascio perdere vivrei peggio.Tu?”
“Io so per certo che se Ludovico è colpevole, allora lo siamo tutti”, abbassa di nuovo lo sguardo come al ristorante. Allora è questo che la turba, la colpa. Se la sente addosso e non riesce a staccarsela, anzi non vuole.
Le afferro il viso tra le mani.
“Non è colpa tua”, probabilmente lo sa, ma non ci crede.
“Io l’ho invitato, Franco”, una lacrima le scivola fino all’angolo della bocca.
“Io ho messo quella casa di merda per festeggiare,io stavo con Ludov…”, non riesce a finire il suo nome e scoppia in singhiozzi sul mio petto. La circondo con le braccia e mi dondolo leggermente per cullarla. Piange, tira su col naso e stringe la stoffa dei miei vestiti. Mi mancava stringerla, mi mancava toccarci. Da ragazzi erano gesti quotidiani, senza peso, e proprio per questo belli. Adesso sono gesti rari che il tempo e gli anni hanno caricato e appesantito di malizia e significato. L’età ci ha resi stupidi e impacciati.
Non piove più, le gocce di pioggia non esplodono più sul cemento, a farlo sono le lacrima di Lia. Chino il capo e le premo un bacio sui capelli umidi, poi appoggio il mento sopra il mio bacio, per coprirla, proteggerla, ancora di più. Proteggerla da cosa non lo so bene, ma so che ne ha bisogno, e allora lo faccio.
“Io non volevo Franco, non volevo tutto questo. Non ho avuto nemmeno il coraggio di guardarlo in faccia”. La stringo ancora più forte. Si calma. Molla la presa dai vestiti e ricambia l’abbraccio. I singhiozzi spariscono e il pianto si attenua. Rimaniamo immobili nel nostro cingerci a vicenda.
La pozzanghera vicino ci fa rimbalzare addosso il riflesso verde, poi giallo e infine rosso del semaforo. Allo scoccare del nuovo verde sgancio le braccia, la guardo.
“Meglio?”. E’ ancorata al mio corpo. La fronte rimane appoggiata al petto. Giallo. Alza lo sguardo, i suoi occhi sono piccoli e gonfi, stremati. Prova a dire qualcosa ma ha la bocca impastata. Deglutisce e dà un piccolo colpo di gola.
“Grazie”. Rosso. Le do un bacio, questa volte sulla fronte. Lei lo accetta chiudendo gli occhi.
“Devo darmi una sciacquata in bagno, rientriamo?”. Non ho finito la sigaretta, si è spenta. Per rientrare ho bisogno di finirla, per resistere fino alla prossima almeno.
“Tu vai, io finisco questa e arrivo”. I nostri corpi si separano. Afferra la maniglia e apre la porta. “Muoviti però”, lo dice con un piccolo sorriso. Entra.
Verde.
Guardo la sigaretta tenuta dall’indice e il medio, la guardo come una vecchia amica di cui sentivo la mancanza. La saluto appoggiandole le labbra e accendendole la testa con la fiamma. Aspiro e mi saluta anche lei illuminandosi. Butto fuori il suo dono grigio che sparisce salendo verso il cielo. Continuiamo questo scambio di cordialità per un pò, fino a quando non ha più nulla da regalarmi. Giallo. Le do il colpo di grazia schiacciandole la testa contro il posacenere. Getto il suo corpo in mezzo a mille altri come il suo. Mi manca già.
Afferro la maniglia ed entro.
Rosso.

Articolo di Andrea Vargiu