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Residence Roma

 

Via Bravetta 415

Volume del complesso: 90.000 m3

Anno di costruzione: anni ʼ70

Anno definitivo di abbandono: 2007

Proprietà: Gruppo Mezzaroma

Mezzaroma gioca a squash

Alla fine degli anni ’70 il gruppo Mezzaroma edifica in via Bravetta 415 un complesso composto da cinque edifici di sette piani l’uno, per un totale di 533 mini appartamenti a carattere non residenziale. Data la vicinanza con l’aeroporto di Fiumicino il Residence è inizialmente pensato per ospitare il personale Alitalia, ma questo primo progetto non andrà mai in porto e nel 1982 il Comune di Roma comincia ad utilizzare lo stabile come residenza provvisoria per i cittadini in attesa dell’assegnazione di una casa popolare. Nel 1985 il gruppo Mezzaroma vende l’immobile all’Enpam (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Medici); quest’ultima lo dà in gestione alla Ceim – società appartenente al gruppo Mezzaroma – che affitterà gli alloggi al Comune in cambio di lauti introiti. La permanenza “temporanea” delle vittime dell’emergenza abitativa si protrarrà fino alla metà degli anni ’90 quando, con la giunta Rutelli, gli inquilini del Residence si vedranno gradualmente assegnare le tanto attese case popolari. È a questo punto che la speculazione raggiunge il suo apice: Mezzaroma decide di riaffittare i monolocali cominciando ad ospitare migliaia di persone che pagano mensilità altissime. Nel giro di pochi anni ha inizio il degrado dell’area: la mancanza di controllo genera il sovraffollamento delle palazzine, un crescendo di occupazioni ed episodi di criminalità, senza che il Comune possa intervenire in alcun modo.

I palazzinari si riempiono le tasche

Nell’estate 1995 viene indetta una gara d’appalto da 43 miliardi di Lire per ottenere la gestione del complesso e dell’assistenza alloggiativa dal 1 ottobre 1995 al 30 settembre 1997. Inizialmente vi possono partecipare solo i proprietari delle strutture, ma il 18 luglio 1995 – appena quindici giorni dopo l’apertura della gara – la giunta Rutelli torna sui suoi passi ed estende la partecipazione anche ai gestori (tra cui la Ceim). Con una delibera del 1999 si dispone l’affidamento fino al 2001 del costoso servizio di assistenza alloggiativa nel Residence proprio alla Ceim, nonostante la stessa avesse perso la gara d’appalto per eccessiva onerosità. Il rinnovo è dovuto all’assenza di strutture alternative dove assicurare un alloggio alle persone residenti nello stabile: il Comune è dunque costretto a riconoscere alla società gestore del Residence una indennità di occupazione per la permanenza dei nuclei familiari assistiti. Solo per quei due anni vengono stanziati più di 22 miliardi di Lire e l’indennità di occupazione si protrae, alle precedenti condizioni, fino al 2006. Questo meccanismo costa caro alle tasche dell’amministrazione capitolina poiché con la cifra totale versata al gruppo Mezzaroma si sarebbe potuto comprare l’intero stabile e arricchire così il patrimonio immobiliare pubblico, evitando la speculazione. Nel 2005 l’Enpam decide di vendere il complesso, che viene comprato dalla Ceim per €32.185.627.

Via da qui!

Con la delibera del 30 luglio 2004 viene concesso il cambio di destinazione d’uso della struttura: da non residenziale a residenziale. Il portierato, sotto la guida del responsabile del Residence Maurizio Barletta, crea pressioni di ogni tipo sui soggetti più deboli, soprattutto gli immigrati, affinché abbandonino i loro appartamenti: le fogne vengono chiuse e l’acqua calda interrotta. L’apice di queste pressioni è il tentato sgombero del settembre 2005, fallito per una rivolta della comunità senegalese, colpita negli anni da numerosi episodi di razzismo, tra cui due tentati omicidi. Il 22 gennaio 2006, quando i corpi senza vita di due immigrati vengono trovati all’interno del cortile, il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza ordina lo sgombero del Residence Roma. Lo sgombero della palazzina B del 26 settembre 2006 è particolarmente cruento: la polizia entra e censisce gli inquilini, invitando chi non beneficiasse di assistenza alloggiativa ad abbandonare immediatamente l’edificio, senza offrire loro la possibilità di recuperare i propri averi, staccando le porte e distruggendo gli interni in modo da renderli inutilizzabili ed evitarne una nuova occupazione. Quattrocento persone si ritrovano in mezzo alla strada e i servizi sociali offrono 10 posti letto a donne e bambini, segnati in una graduatoria, escludendo gli uomini. I nuclei familiari non accettano la separazione. Nella stessa serata una donna partorisce nel piazzale di fronte alla palazzina B e una richiedente asilo, per il trauma, ha il secondo infarto. Lo sgombero si conclude nell’agosto 2007 e nello stesso anno, per scongiurare nuove occupazioni, il complesso viene spogliato delle mura.

Nella stessa serata una donna partorisce nel piazzale di fronte alla palazzina B e una richiedente asilo, per il trauma, ha il secondo infarto.

 

 

Ad oggi peró è ancora tutto fermo poiché la proprietà è in attesa del rilascio del permesso da parte del Comune per la ripresa dei lavori.

Rimane il malcontento generale dei residenti, che dopo anni di degrado hanno visto svanire anche questa possibilità di recupero dell’area.

 

Le Corti Romane

A seguito dello sgombero del 2007, il Campidoglio firma un accordo con i costruttori per un intervento di riqualificazione dello scheletro di cemento: il progetto Corti Romane viene reso noto nel 2014 ed è possibile grazie al cambio di destinazione d’uso, il quale prevede opere ad uso residenziale e altre di urbanizzazione primaria e servizi per il quartiere. I lavori non inizieranno prima di marzo 2016 poiché il Comune rilascia le autorizzazioni solo nel dicembre 2015, ma dopo l’abbattimento di una sola palazzina le ruspe vengono bloccate il 7 aprile da un sequestro da parte della polizia locale. Le accuse mosse sono di esecuzione di lavori in assenza di permesso di costruzione e di svolgimento di questi in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico. Nel settembre 2016 la Magistratura riconosce la regolarità delle autorizzazioni ottenute dai costruttori e dispone il dissequestro dell’area. Ad oggi peró è ancora tutto fermo poiché la proprietà è in attesa del rilascio del permesso da parte del Comune per la ripresa dei lavori. A detta dei proprietari lo stop imposto dalla Pubblica amministrazione – frutto di una mancanza di comunicazione interna – ha causato gravi danni morali ed economici al gruppo Mezzaroma; rimane il malcontento generale dei residenti, che dopo anni di degrado hanno visto svanire anche questa possibilità di recupero dell’area. Intanto questo ecomostro, risultato di speculazioni e mancanza di buon senso, svetta sulla Valle dei Casali con la speranza che da natura morta diventi centro attivo di un quartiere ormai da troppo tempo in balía di una burocrazia lenta e di una classe d’elite solo di nome.

Articolo di Alice Paparelli e Martina Saladini

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