Abbonati Accedi

Le complicate relazioni tra una Russia insoddisfatta e un’Europa divisa

Nord Stream e sanzioni: qual è il futuro delle relazioni euro-russe?

Come nel 2014, la Russia è tornata al centro dell’attenzione mondiale in seguito ai ben noti eventi che hanno visto coinvolto l’oppositore Alexeij Naval’nyj. La vicenda però, almeno per quanto riguarda i rapporti tra l’Unione Europea e la Russia, non si è esaurita con la decisione di abbandonare le proteste di piazza. Di questo fatto è testimone la visita dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, Josep Borrell, a Mosca, dove ha incontrato il suo omologo russo, Sergej Lavrov. La visita si è conclusa con una conferenza stampa, considerata dai più un’umiliazione ai danni dell’ex Ministro degli Esteri spagnolo. Si è già parlato abbondantemente di quanto sia stata una scelta sbagliata e di tutte le alternative che avrebbe avuto: dal non recarsi in Russia al rispondere con maggior veemenza alle accuse e alle insinuazioni di Lavrov. Sicuramente però la visita è stata utile per strappare quel velo di ipocrisia nelle relazioni bilaterali che si era creato dopo il 2014/2015, con l’invasione della Crimea e l’ideazione del Protocollo di Minsk. 

Borrell, nel suo discorso al Parlamento Europeo, ha voluto ricordare che ogni anno si verificano quasi venti incontri bilaterali ufficiali a livelli diplomatici inferiori mentre, in seguito all’introduzione delle sanzioni nel 2014, sono state sempre più rare le visite diplomatiche di alto livello. Infatti, la Russia è stata esclusa dal format del G8, diventato G7, e i summit bilaterali, che prevedono due incontri annuali, sono stati annullati. L’ultimo incontro faccia a faccia tra i ministri degli esteri di UE e Russia risaliva inoltre all’aprile 2017, data in cui si è verificata l’unica visita dell’allora Alta Rappresentante Federica Mogherini. Senza dubbio, l’espulsione di tre diplomatici dell’Unione Europea durante il meeting, checché ne dica Lavrov, è stata forse la mossa più evidente, insieme alle parole stesse del Ministro russo, dello stato della diplomazia euro-russa. Un’ulteriore rottura è poi sicuramente costituita dalle nuove sanzioni, legate al caso Naval’nyj, entrate in vigore all’inizio di questo mese e dirette a personaggi di primo piano delle istituzioni russe. 

 

Le reazioni del Parlamento UE 

Nella sua intervista con Vladimir Solov’ev, utilissima per comprendere la linea ufficiale della Russia, sul canale Rossija 24, il ministro Lavrov ha fatto riferimento alle relazioni interne all’Unione stessa, affermando che rappresentanti di alcuni Stati lo hanno contattato per esprimere la loro contrarietà a nuove sanzioni. Sebbene questa sua dichiarazione non possa essere qui verificata, è indubbio che esistano delle grandi divisioni interne all’Unione, ma anche internamente agli stessi Stati membri. Questo rende molto difficile stabilire una linea comune da perseguire, cosa che, come traspare dalle parole di Lavrov, è oggetto di un certo sdegno da parte della Russia. 

Durante il dibattito sulla visita di Borrell, sono intervenuti diversi parlamentari di differenti partiti. Conviene forse partire dalle posizioni di tre esponenti di quella che è la maggioranza all’interno dell’emiciclo ovvero Katia Piri, parlamentare neerlandese dei S&D, Michael Gahler, parlamentare tedesco dell’EEP e Dacian Çiulos, parlamentare rumeno di RE. Tutti e tre hanno mantenuto una linea simile: hanno espresso la loro contrarietà alla visita ma non tanto per “l’umiliazione” di Borrell, quanto a causa dell’atteggiamento della Russia. Inoltre, hanno chiesto l’introduzione di nuove sanzioni e la liberazione di Naval’nyj, chiedendo però di mantenere aperti, per quanto possibile, i canali diplomatici. La loro visione ricorda in un certo senso quella in bianco e nero della maggioranza dei parlamentari americani per cui la Russia è una forza divisiva mentre le altre potenze (Unione Europea e USA) sono baluardo della democrazia e dei diritti. 

Gli altri quattro parlamentari intervenuti nel dibattito hanno avuto un approccio meno uniforme e quindi conviene analizzare i loro punti di vista singolarmente. Thierry Mariani, conservatore francese dell’ECR (partito di opposizione), ha fatto i complimenti a Borrell per il coraggio dimostrato nel recarsi in visita, soprassedendo al parere dei suoi stessi alleati. Mariani ha parlato di realpolitik e di necessità di avere uno sguardo realistico per cui ogni “blocco” persegue i propri interessi. A proposito di questo, ha citato il progetto russo-tedesco del gasdotto Nord Stream 2 (di cui parleremo più avanti). La sua compagna di partito, la parlamentare polacca Anna Fotyga (appartenente al partito Diritto e Giustizia, che ha votato a favore della Commissione Von Der Leyen), ha invece espresso un parere opposto. A suo parere, si è trattato di un viaggio voluto dai Paesi più forti dell’Unione, nonostante il parere contrario di una maggioranza degli Stati est europei. Viaggio che ha permesso alla Russia di mettere in atto una prova di forza nei confronti dell’Unione, consolidando il consenso in vista delle elezioni legislative di settembre e rafforzando tra i russi la convinzione di essere circondati da nemici. 

Molto decisa è stata la linea portata avanti da Clary Daley, parlamentare irlandese di GUE/NGL. Il suo discorso si è aperto con una denuncia della russofobia che, a suo parere, permea il Parlamento Europeo. Si è poi scagliata contro Naval’nyj, affermando che in Europa le sue passate dichiarazioni sui migranti sarebbero deprecate da chiunque e che comunque il suo consenso è quasi irrilevante. Infatti, non se ne sarebbe parlato affatto, ha proseguito Daley, se solo non fosse accaduto in Russia. Per la parlamentare irlandese si tratta di un’agenda politica contro la Russia; una scusante per sostenere l’industria militare. La sua conclusione è che l’Europa dovrebbe prestare più attenzione alle violazioni dei diritti che avvengono al suo interno (gli indipendentisti catalani e il caso Assange), piuttosto che pontificare sulla Russia. Le sue durissime opinioni mostrano quella linea sottile che c’è tra il riconoscere e denunciare i problemi della propria società e il farlo mostrando solidarietà a un modello autocratico e repressivo come quello russo. Si tratta di un problema che l’Europa ha già visto, in circostanze e con ideologie diverse, in seguito alla spaccatura del fronte comunista dopo gli eventi del 1956 in Ungheria. 

Molto attenta è stata l’analisi di Sergej Lagondinskij, parlamentare tedesco dei Verdi, che, in virtù delle sue origini russe (è intervenuto spesso in diretta anche su canali russi durante le proteste per commentare la situazione) ha sicuramente una prospettiva particolare. Lagodinskij ha aperto il discorso facendo riferimento alle esperienze di singoli manifestanti, per poi concludere affermando che bisognerebbe smettere di cercare la cooperazione e mostrare un atteggiamento più duro. A differenza di altri, non ha criticato la visita di Borrell ma ha sostenuto che sia stata utile per far riflettere quegli Stati (Francia e Germania) che hanno spinto perché avvenisse. Infine, ha denunciato l’ipocrisia del governo tedesco che, sebbene richieda sanzioni, persegue nella costruzione del gasdotto Nord Stream 2.  

 

Il caso Nord Stream 2

La costruzione di questo gasdotto è una cartina tornasole dei rapporti tra Unione Europea, Russia e Stati Uniti. L’opera, fortemente voluta dalla Germania, è iniziata nel 2018, con lo scopo di raddoppiare l’esistente gasdotto Nord Stream. La nascita del progetto, che risale al 2005, è stata curata dall’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder (CDU), celebre per i suoi rapporti strettissimi con Putin e la Russia. Non a caso egli ricopre al momento le cariche di Presidente del Consiglio di Amministrazione del gruppo Nord Stream AG (posseduto al 51% dall’azienda monopolistica gasiera russa Gazprom) e di Rosneft (l’azienda monopolistica russa del petrolio). 

Il termine dei lavori, previsto per la fine del 2019 ma ora spostato alla prima metà del 2021, è un chiaro segno della battaglia politica che è nata intorno a questo progetto e che vede protagonisti diversi membri dell’Unione, spesso in campi contrapposti (confermando ciò che diceva Lavrov). A favore del progetto ci sono sicuramente la Germania, l’Austria, i Paesi Bassi: tutti Paesi che hanno delle compagnie coinvolte nel finanziamento del progetto (posseduto appunto per il 51% da Gazprom). Fa eccezione la Francia che invece, nonostante avesse supportato inizialmente il progetto e nonostante una compagnia francese detenga il 9% delle azioni, si è mostrata restia a sostenere la costruzione. I nemici giurati sono poi la Commissione Europea (in particolare quella guidata da Juncker sino al 2019), gli Stati Uniti, la Polonia e un certo numero di Paesi dell’Est Europa. È quindi evidente che non si tratta di una “semplice questione di affari” come la Germania tenta di dipingerla. 

In un primo momento, la costruzione non si è imbattuta in particolari ostacoli e le sezioni russa, svedese e finlandese sono state costruite rispettando la tabella di marcia. I primi segni di un possibile ritardo si sono infatti palesati solo al momento della richiesta di autorizzazione per costruire in acque danesi. Nel 2017 infatti in Danimarca è entrata in vigore una legge che permette di porre un veto a questo genere di costruzioni in acque territoriali. Di conseguenza, il progetto ha dovuto subire dei cambiamenti e modificare il percorso originario, per evitare le acque territoriali danesi. Tuttavia, anche per accedere alla Zona Economica Esclusiva danese, è stato necessario richiedere l’autorizzazione, che è arrivata solo nell’ottobre 2020, quasi un anno dopo la richiesta di Nord Stream avvenuta il 18 novembre 2019 e in prossimità della scadenza prevista dalla legge danese. Molti hanno accusato gli Stati Uniti di aver fatto pressioni sulla Danimarca così da provocare questo enorme ritardo con conseguenti perdite da parte del consorzio Nord Stream. 

A complicare la situazione è arrivato un emendamento, voluto dalla Commissione Europea (in chiave evidentemente anti Nord Stream 2), alla Direttiva Europea sul Gas del 2009. In seguito a questo emendamento, tutti i requisiti necessari per la costruzione di gasdotti all’interno dell’Unione sono stati estesi anche a gasdotti provenienti dall’esterno dell’Unione. Uno dei requisiti è che la compagnia che si occupa del sistema di trasmissione (e quindi del gasdotto) non può essere la stessa che estrae e fornisce il gas (Gazprom); questo almeno per “parte europea” del gasdotto ovvero la sezione tedesca dove si trova il primo interconnettore da dove il gas poi fluisce altrove. Una scorciatoia possibile sarebbe affidare la gestione del sistema di trasmissione a una delle tante sussidiarie di Gazprom come già accade in Serbia. Oltre a ciò, Gazprom sarà costretta a essere molto più trasparente sulle tariffe. Nord Stream AG ha tentato di garantirsi l’esenzione da questi requisiti, presentando richiesta all’ente regolatore tedesco che l’ha respinta, affermando che l’opera non può dirsi terminata prima del 23 maggio 2019, giorno dell’entrata in vigore dell’emendamento. 

Vi è poi la questione delle sanzioni americane che ha avuto e ha tuttora un ruolo fondamentale nel ritardare la costruzione del gasdotto. Inizialmente, Nord Stream era stato risparmiato dalle sanzioni per non danneggiare gli interessi tedeschi. Tuttavia, il 15 luglio 2020 la sezione 232 del CAATSA (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act) è stata estesa anche a Nord Stream 2. Infine, l’1 gennaio 2021, in seguito all’approvazione da parte del Congresso del NDAA (National Defense Authorization Act for fiscal year 2021), sono state confermate ulteriori sanzioni. Lo stesso NDAA nel 2020 aveva avuto come conseguenza immediata il ritiro delle navi posatubi della flotta della compagnia svizzera AllSeas. Il lavoro è stato portato avanti, molto più lentamente, dalla nave russa Fortuna e pare potrebbe aggiungersi anche la Akademik Cherskiy per posare al più presto i poco più di 150 km rimanenti. Le sanzioni poi fanno sì che poche entità straniere siano disposte a certificare il gasdotto; per risolvere questo problema tuttavia Gazprom ha creato una propria compagnia in grado di fornire questa certificazione. Sebbene ormai il progetto sia in fase avanzata, la tedesca Wintershall, che ha investito 730 milioni di euro rispetto ai 950 pattuiti, ha dichiarato di aver interrotto i finanziamenti; lo stesso annuncio era stato fatto in precedenza dall’austriaca OMV e dalla anglo-olandese Shell, a cui si è aggiunta più di recente anche l’altra compagnia tedesca, Uniper, affermando però che non comunicherà la cifra investita.

 

Le conseguenze di Nord Stream 2 su Ucraina e Polonia

Nei trent’anni che vanno dagli anni ‘90 al 2021, il rapporto tra Ucraina e Russia sulla questione del gas ha visto un progressivo sbilanciamento a favore della Russia. Nel 1990 il 90% del gas russo venduto in Europa passava per l’Ucraina; con la costruzione di nuove infrastrutture (Yamal-Europe, Blue Stream e Nord Stream) il flusso di gas si è diversificato, togliendo potere contrattuale all’Ucraina. A fine 2019 Gazprom e Naftogaz (la compagnia nazionalizzata ucraina del gas) hanno siglato un nuovo contratto che garantisce a Gazprom il passaggio di 60 miliardi di metri cubi di gas (bcm) nel 2020 e 40 bcm dal 2021 al 2024 attraverso i gasdotti ucraini. Si tratta di un contratto a tariffa fissa (ovvero non diminuirà in caso di minore utilizzo) e perciò Gazprom sarà spinta a farne il più possibile uso. Sebbene la quantità stipulata sia minore rispetto ai 90 bcm transitati in territorio ucraino nel 2019, la maggior integrazione dell’Ucraina nel sistema europeo renderà l’ex repubblica sovietica sempre meno dipendente dalla Russia e dai relativi investimenti. Per favorire questo processo, l’Ucraina si è mossa per adeguarsi alle regole europee, scorporando il sistema di trasmissione (ovvero l’insieme dei gasdotti) da Naftogaz, creando GTSOU. 

L’opposizione della Polonia al progetto Nord Stream 2 è invece comprensibile se si prende in considerazione la strategia polacca di differenziazione nell’import di gas, specialmente attraverso l’acquisto di maggiori quantità di LNG (Liquefied Natural Gas) dal Nord Europa e dagli USA. Sempre con questa finalità deve essere interpretato il mancato rinnovo dell’accordo tra Russia e Polonia, scaduto il 15 maggio 2020, per l’utilizzo del gasdotto Yamal. Infatti, lo Stato polacco, che opera il sistema di trasmissione, guadagnava ben poco dal passaggio di gas russo sul proprio territorio a causa degli interessi che doveva ripagare a Gazprom che aveva finanziato l’intero progetto all’inizio degli anni 2000. Un altro accordo in scadenza è quello di fornitura diretta dalla Russia alla Polonia, risalente al 1996, e che scadrà nel 2022 ma che pare non verrà egualmente rinnovato. Tuttavia, questo significherà, stando alle regole europee, che Gazprom potrà prenotare con breve preavviso e per brevi periodi il passaggio di piccoli quantitativi di gas, nel caso in cui Nord Stream 2 non dovesse essere ultimata o non ricevesse l’autorizzazione a operare a pieno regime e la necessità europea eccedesse la quantità stipulata negli accordi con l’Ucraina.

 

Articolo di Luca Zucchetti