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L’opinione pubblica russa sulla guerra sta cambiando

Tra chi è partito, chi si oppone al regime e chi invece si adegua, i russi contrari alla guerra sono sempre di più

06/12/2022

«Mi è successa una cosa strana quando sono arrivata qui in Italia, sono rimasta scioccata. Stavo parlando con un ragazzo, e quando ha sentito che sono russa si è ammutolito. Non sapevo cosa fare», racconta Valeria, studentessa russa di filosofia all’Università La Sapienza di Roma.  «Forse si è sentito a disagio perché non sapeva che dire o come commentare la situazione… ma penso che quel ragazzo avesse anche in testa un’immagine oscura della “persona russa”… come se tutti i russi fossero, non lo so, fuori di testa, dei nazionalisti guerrafondai». 

La maggior parte degli aggiornamenti relativi al conflitto russo-ucraino si concentrano sui risultati militari. La riconquista di Cherson e i raid su Kiev, la quantità di armi di volta in volta inviate dai vari paesi occidentali all’Ucraina, la conta dei morti e dei feriti in ogni attacco. Tuttavia, anche il fronte interno russo non è un blocco monolitico e si evolve nel tempo. Secondo i sondaggi diffusi dall’Istituto Levada – un’organizzazione indipendente e non governativa – a settembre il 44% degli interpellati vedeva di buon occhio il proseguimento dell’offensiva in Ucraina, mentre il 48% voleva negoziati per la pace. A ottobre invece è scesa al 36% la fetta di chi vuole che la guerra continui, mentre è il 57% a volere i negoziati

Un modo per interpretare le dinamiche interne dell’opinione pubblica in Russia è l’impianto teorico dell’economista Albert Hirschman, tedesco naturalizzato statunitense che nella sua carriera ha insegnato alla Columbia University, a Yale e ad Harvard. Nel suo libro del 1970 Exit, Voice and Loyalty: responses to decline in firms, organizations and states, Hirschman sostiene che gli agenti economici membri di una organizzazione sociale – un’azienda, uno stato o un qualsiasi gruppo umano –  quando capiscono che il gruppo sta provocando una decrescita del benessere dei suoi membri, hanno di fronte tre alternative: ritirarsi dalla relazione sociale (exit), comunicare il proprio dissenso e avanzare una proposta di cambiamento (voice) oppure, anche se insoddisfatti, adattarsi con un compromesso al ribasso, pur di salvaguardare la stabilità (loyalty). Nella scelta, il calcolo razionale dei rischi e dei benefici si mescola a fattori psicologici quali la paura dell’ignoto e il desiderio di sicurezza.

Partire – exit

«Ricordo la mattina che la guerra è iniziata: mi sono svegliato all’alba perché il mio telefono continuava a suonare, ed ho appreso che il mio Paese aveva invaso l’Ucraina. All’inizio pensavo però che l’invasione riguardasse solo il Donbass, poi ho capito che la cosa era ben più ampia. Ricordo che in ufficio nessuno riusciva a lavorare: eravamo tutti scioccati, continuavamo a non far altro che scrollare le news».

Maxim, 25 anni, impiegato in un’azienda di consulenza, è fuggito due volte dal proprio Paese: una prima, durata poche settimane, verso l’Armenia, e una seconda, lo scorso agosto, diretto in Israele. Ora si trova a Tel Aviv. La scelta di lasciare il Paese è avvenuta pochi giorni dopo l’inizio della guerra, per il timore, come per molti, di essere improvvisamente arruolati. I costi dei voli, racconta, erano già alle stelle, e nel giro di un mese erano comunque andati a ruba, perciò ha dovuto chiedere un aiuto finanziario ai propri genitori per permetterselo. Per quanto la decisione di emigrare sia stata un’esperienza traumatica, il caso di Maxim rappresenta un caso fortunato, come lui stesso ammette. 

«Conosco le storie di chi è emigrato in Turchia o Kazakistan che ha incontrato grandi problemi con i documenti e i permessi di soggiorno, per non parlare del lavoro, perché, se alcuni hanno continuato a poter lavorare da remoto, altri sono stati licenziati dalle proprie aziende, che cominciavano a sentirsi intimorite dal governo. Perciò hanno dovuto cercare qualcos’altro, che ovviamente non è facile in questo momento. Molti semplicemente sono rimasti senza lavoro».

I numeri sulla quantità di persone che dall’inizio della guerra hanno lasciato la Russia non sono definiti. Un’indagine condotta a metà marzo dall’associazione Ok Russians, che si occupa di aiutare chi vuole abbandonare il Paese, stima che almeno 300.000 russi siano partiti dall’inizio della guerra. Nei mesi successivi, a diverse riprese, ci sono state nuove ondate di emigrazioni. Il New York Times parla di altre 200.000 persone che hanno lasciato la Russia a settembre, dopo l’annuncio da parte di Putin di una mobilitazione parziale.

La chiamata alle armi è entrata nelle vite dei Russi tramite una lettera, che in molti casi è stata ricevuta anche da chi non doveva. È stato il Cremlino stesso ad ammettere errori nella procedura di reclutamento. «È stata la prima mobilitazione dopo la seconda guerra mondiale… quando è stata annunciata la gente si era scordata come si fa. Sono state mobilitate persone che sulla carta non avrebbero dovuto esserlo», dice Sophie. Il 26 settembre un uomo ha sparato e ferito gravemente un ufficiale di reclutamento in Siberia, e lo stesso giorno a Ryazan, città della Russia occidentale, un uomo si è dato fuoco in segno di protesta contro l’arruolamento

Sophie, 25 anni, vive e lavora a Mosca come formatrice nel settore digitale. Racconta la prassi che si svolge agli uffici reclutamento. «Ci si presenta e controllano se hai già servito nell’esercito, poi chiedono se si hanno ragioni solide per non andare in guerra, familiari principalmente». Sebbene il Cremlino abbia parlato di una «mobilitazione parziale» – e che il ministro della Difesa Sergei Shoigu abbia specificato che riguarderà 300mila uomini con esperienza di combattimento e competenze nell’uso delle armiil testo del decreto è vago, in modo che le autorità possano aumentare i numeri del reclutamento

Il 20 settembre la Duma ha approvato un decreto che introduce nel codice penale «crimini contro il servizio militare», che puniscono con fino a 15 anni di carcere comportamenti come la violenza contro i superiori, la resa volontaria e la diserzione. Ciononostante, per le riserve civili il non presentarsi agli uffici reclutamento non è perseguibile. Chi non risponde alla chiamata alla leva per scappare in altri Paesi o nascondersi nelle campagne isolate, riceve solo una multa che equivale, in rubli, a poco meno di 40 euro. «Un prezzo davvero basso per la libertà e la vita – dice Sophie con sarcasmo – chiunque sarebbe disposto a pagarlo». 

Tuttavia c’è anche chi decide volontariamente di arruolarsi. Alcuni lo fanno per il compenso in denaro. «Conosco un uomo che poteva essere esentato perché ha due figli, ma è andato comunque in guerra perché aveva bisogno di soldi». Le cifre in questione non sono chiare. Il Wall Street Journal cita sia pagamenti una tantum a chi entra nell’esercito, sia stipendi mensili, a seconda della regione di provenienza del soldato.

Opporsi – voice

«Una ragazza, processata per la frase нет в***е [“no alla guerra”, ma con l’ultima parola censurata, ndr] è riuscita a dimostrare che intendeva in realtà нет вобле – “no al vobla”, un tipo di pesce piuttosto diffuso in Russia. Da quel giorno “no al vobla” ha cominciato a circolare in maniera virale, diventando la parola d’ordine per esprimere la propria contrarietà al conflitto».

Casi come questo, raccontato da Sophie e confermato anche da varie testate, sono un esempio di come, in Russia, ci sia una parte di popolazione che continua a protestare contro la guerra. Stando ai numeri contenuti in un report redatto da OVD-Info – progetto mediatico indipendente sui diritti umani e la persecuzione politica in Russia –  dalla fine di febbraio al 24 ottobre si sono registrate quasi 20mila detenzioni per manifestazioni contro la guerra.  Più 3670 siti web sono stati oscurati dal 24 febbraio, giorno dell’invasione, secondo il monitoraggio di una pagina di consulenza specializzata in VPN. Tra i siti bloccati spiccano alcuni come Instagram, Facebook, Twitter, Google News, BBC News, Meduza.io e Amnesty International. 

Nonostante questo, esiste ancora una parte di informazione che si oppone al regime – e che ovviamente influenza l’opinione pubblica. «Abbiamo molti giornalisti coraggiosi che continuano a fare egregiamente il proprio lavoro – dice Valeria – soprattutto tramite la realizzazione di una gran quantità di interviste». Queste vengono pubblicate perlopiù su canali di informazione indipendente presenti su YouTube (вДудь; Скажи Гордеевой), che continuano a tenere viva una voce dissonante rispetto alla propaganda ufficiale. 

Restare – loyalty

«Oggi, guardando le strade di Mosca, sembra che nulla sia successo o stia succedendo: i ristoranti, i night club sono pieni. Al più ci si lamenta dell’aumento dei prezzi, e questo è tutto. Ogni cosa va semplicemente avanti, le persone vivono le loro vite normalmente. Ci sono state delle proteste, ma la gente ha visto come non abbiano portato a nulla», dice Sophie. Il racconto di Sophie viene confermato anche dalle attività sui social media russi come Vkontakte (questa ad esempio è la pagina del club Gazgolder a Mosca). 

La maggior parte dei russi insofferenti nei confronti di Putin e contrari alla guerra non ha potuto far altro che scegliere l’opzione meno conflittuale: rimanere in patria. «Non riesco a vedere mia madre andar via e lasciare tutto quello che ha lì…» racconta Valeria «la famiglia, i bambini, i genitori, per spostarsi in un luogo dove non ha più niente di niente». 

Anche per Sophie la motivazione principale per cui ha deciso di rimanere a Mosca è stata la famiglia. Come è comune tra i russi occidentali, parte dei suoi parenti vive in Ucraina. «Cerchiamo di aiutarli come possiamo, ma alcuni di loro hanno smesso di parlarci, in particolare i miei cugini, miei coetanei. È qualcosa che definirei molto simile a un trauma. Quando hanno smesso di parlarci, ho realizzato che non volevo perdere anche l’altra parte di famiglia che ho qui, andando via». Le relazioni di sangue dei russi inoltre sono state incrinate all’inizio della guerra da una spaccatura tra le vecchie e le nuove generazioni, prodottasi dentro molti nuclei familiari

Lo dimostra un’indagine statistica sulla visione della guerra del Centro di Ricerca per l’Opinione Pubblica Russa commissionata dalla stessa amministrazione presidenziale, i cui risultati sono stati ottenuti e resi pubblici da Meduza. Il 30% dei cittadini rispondeva al sondaggio che «la guerra dovrebbe finire il prima possibile», il 13% che è difficile rispondere alla domanda, mentre il 57% che la guerra dovrebbe continuare. Quando i risultati vengono divisi per età dei soggetti, si nota che nella fascia 18-24 anni il 56% vuole la fine della guerra e il 19% la continuazione; nella fascia 25-34 anni il 43% vuole che la guerra finisca e il 41% vuole continui. In generale, più è avanzata l’età, più alta è la percentuale di soggetti favorevoli alla guerra. Per esempio tra gli over 60, il 72% è a favore. 

Spesso nel confrontarsi con cittadini dai 50 in su ci si scontra con un muro impenetrabile: «Molte di queste persone non vogliono nemmeno starti a sentire e sono terribilmente influenzate dai media ufficiali del governo» - dice Maxim. «Ormai in TV non ci sono nemmeno più i reality show, la programmazione è solo pura propaganda». È significativo in tal senso un dato del sondaggio pubblicato da Meduza, che ha studiato anche la relazione tra supporto della guerra e consumo mediatico: tra gli «utenti attivi di internet» il 47% ha dichiarato di volere la fine della guerra, mentre il 35% la sua continuazione. Tra coloro che usano solo la televisione, solo il 22% è contrario alla guerra mentre il 68% è favorevole. «Li riempiono di sentimenti di rabbia e risentimento, costantemente. Non ci si può discutere e ti fanno sentire impotente. Impotenza, questa è la parola giusta». 

Sophie spiega che quando la generazione dei ventenni russi di oggi è andata a scuola la propaganda non era così massiccia. Da mesi, invece, le direttive del Cremlino richiedono agli insegnanti di tenere lezioni settimanali chiamate «Conversazione su ciò che è importante» in cui gli studenti vengono istruiti all’amor di patria. La storia russa viene celebrata dal punto di vista delle autorità e si promuove un culto degli eroi zaristi e sovietici. Ogni settimana inizia con il canto dell’inno nazionale e l’innalzamento delle bandiere. Gli insegnanti devono parlare della cosiddetta “operazione militare speciale” spiegandone le ragioni: gli abitanti delle repubbliche autoproclamate di Donetsk e Luhansk sono russi, ed è importante che ritornino alla Russia. Inoltre bisogna impedire alla NATO di stabilire basi militari in Ucraina. Gli studenti che si rifiutano di partecipare a queste lezioni vanno incontro a provvedimenti disciplinari. «Qualche genitore che ha vissuto anche l’indottrinamento subito sotto l’URSS ha sospirato frasi come: “ci risiamo, un’altra volta… quando finirà?”», dice Sophie.

È evidente quindi come l’opinione pubblica russa sia molto meno compatta di quanto possa sembrare dall’esterno, tra chi decide di scappare dal Paese, opporsi al regime o restare in patria. Le differenze geografiche, economiche e generazionali interne alla società si riflettono inevitabilmente sulla visione della guerra: se i più giovani e gli abitanti di città criticano più facilmente l’operato del governo, gli strati di popolazione più poveri e anziani che abitano lontano dai grandi centri abitati continuano in gran parte a sostenere Putin. Nonostante questo, i sondaggi dimostrano come gli ultimi mesi abbiano influito pesantemente sul fronte interno russo. Rispetto a poco tempo fa sempre più persone nel Paese più esteso al mondo sono contrarie alla prosecuzione delle attività militari. Il modo in cui questo possa influenzare le decisioni delle autorità russe, tuttavia, rimane ovviamente un’incognita. 

Articolo di Davide De Gennaro, Arianna Cerone