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La cura della mente nel mondo giovanile

Intervista all’associazione Alice Onlus riguardo a prevenzione, formazione e intervento clinico

La pandemia da Covid-19 ha profondamente mutato l’assetto delle nostre vite e i modi relazionali della società. In molti casi, essa ha acuito sofferenze preesistenti e ne ha generate di nuove, rendendo spesso necessario il supporto esterno di professionisti della salute mentale. E’ con la pandemia, insomma, che la sofferenza è entrata nelle case interiori di ognuno, rendendoci in qualche modo depositari di un sentimento comune, comprensibile, condivisibile. Chiedere aiuto e riconoscersi vulnerabili è stata, dunque, la conquista acquisita nell’arco di questo tempo fermo, da una fascia  decisamente eterogenea di persone. Concentrandoci in particolare sulla popolazione giovanile e gli effetti pandemici ricaduti su di essa, Scomodo ha deciso di ri-costruire, assieme alla dottoressa Laura Brambilla e al dottor Paolo Grampa, psicoterapeuti dell’associazione milanese no-profit Alice Onlus, questo complesso anno da una prospettiva ideologicamente comune: la cura. 

 

Ad un anno dalla chiusura dell’Italia, l’impatto della pandemia pesa sulle spalle di tutta quanta la popolazione. Ma ci sono delle categorie più colpite delle altre? 

Dott.ssa Brambilla
Non credo sia possibile individuare una categoria che stia soffrendo più di altre. Ciò che è certo è che ciascuna fascia d’età ne risente in modo peculiare: la sofferenza che in questo momento ci portano i giovani è diversa dalla sofferenza che ci portano gli adulti o i bambini. Io  lavoro principalmente con i ragazzi e le ragazze e le domande che mi arrivano oggi da loro sono diverse rispetto a quelle che mi arrivavano un anno fa in termini di impatto della sofferenza sulla vita quotidiana. Quindi sicuramente su questa fascia d’età la pandemia ha avuto un effetto importante, proprio perché è andata a colpire un momento di slancio. 

 

Negli ultimi anni i giovani si sono tendenzialmente aperti alla psicologia e alla possibilità di chiedere aiuto. Si parla sempre più di cura e salute mentale nonostante l’aiutarsi non sia un processo scontato: entrano in gioco la vergogna, lo stigma, le difficoltà economiche, la paura. E’ cambiato qualcosa durante l’anno di emergenza Covid-19? C’è stato un incremento delle richieste d’aiuto e un bisogno maggiore di entrare in terapia? 

Dott.Grampa
Sì, c’è stato un incremento in generale un po’ per tutti. Noi, così come molti dei nostri colleghi, in studio e negli altri contesti in cui operiamo, abbiamo visto saturarsi le agende di pazienti in modo mai visto. Mi viene da dire che la pandemia sia stata una spinta, un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso per arrivare dal terapeuta. E parallelamente la terapia è diventata anche qualcosa di più dicibile: in studio si parla del Covid, delle deprivazioni, della mancanza sociale, ma si parla anche di tanto altro, si ripercorre la propria esistenza e si scopre che già da prima di questo momento c’era qualcosa che imprimeva dolore.  

Dott.ssa Brambilla
Sì, la pandemia da una parte è sicuramente causa di malessere, ma  dall’altra è un qualcosa che permettere di accedere ad un malessere preesistente. Mi viene in mente quanto successe nel 2012, quando ci fu il terremoto in Emilia Romagna ed io e Paolo andammo come volontari a lavorare principalmente con i bambini. Ciò che accadeva è che, proprio perché vi era stato il terremoto, era stato levato un velo dalle cose che non funzionavano, facendole diventare più evidenti. Con il Covid sta accadendo un po’ la stessa cosa: è chiaro a tutti che si sta male, ma è più facile accedere a determinati servizi perché la pandemia stessa lo legittima: essa ha acuito una parte di malessere che c’era già e ha reso più facile la strada per aiutarsi. 

 

Molte scuole secondarie di secondo grado sono dotate di uno sportello psicologico gratuito messo a disposizione degli studenti e delle studentesse, ma spesso gli adolescenti sono scettici sulla scelta di una frequentazione perché la ritengono non necessaria. Come può la scuola sensibilizzare e incentivare gli studenti e le studentesse all’utilizzo di tali sportelli, qualora ne sentissero il bisogno?

Dott.ssa Brambilla
Io ho lavorato per moltissimi anni come psicologa scolastica, anche durante la pandemia, e credo ci sia un elemento fondamentale su cui lavorare: quello di rendere lo psicologo parte dell’organico. Delle diverse scuole in cui ho operato, mi sento di riportare un paio di esperienze virtuose. In una, ad esempio, all’incontro di inizio anno con studenti e famiglie, accanto ai vari docenti c’era anche lo psicologo. La scuola lo presentava come una persona del team: normalizzarne la figura già dalla presentazione lo rendeva molto più fruibile. Un altro aspetto riguarda la possibilità per lo psicologo di uscire dal suo studio, dalla sua auletta (o sgabuzzino!) facendosi vedere per i corridoi o mettendo il naso nelle classi: è importante non solo per presentare lo sportello, ma anche per poter essere riconosciuto, considerato come punto di riferimento. Perché nel momento in cui è chiaro a tutti che lo psicologo è una risorsa che a scuola c’è, diventa anche più facile accedervi. Spesso, inoltre, specialmente quando gli sportelli non sono ben organizzati, non è semplice per gli studenti alzarsi in classe davanti a tutti e andare a fare terapia; lo psicologo e la scuola devono far in modo di tutelare la loro privacy. Ad esempio, una strategia che io ho trovato molto utile è  stata quella di lasciare agli studenti un foglio precompilato: ognuno selezionava su di esso l’orario del colloquio, consegnando ad inizio ora il tagliandino all’insegnante e poi uscendo autonomamente dall’aula senza il bisogno di specificare la destinazione o, peggio ancora, senza che i collaboratori venissero a chiamarli. Se non voglio non devo dire niente e questo sicuramente mi alleggerisce. Poi  però è chiaro che un’altra parte importante è quella dell’abbattimento dello stigma: semplicemente, non c’è niente di male ad andare dallo psicologo.

 

La psicoterapia non è alla portata di tutti e le disparità economiche spesso dividono chi può prendersi cura di sé da chi non può. Eppure esistono sempre di più centri specializzati che curano le problematiche psicologiche a prezzi calmierati. Quanto sono conosciute dalla popolazione giovanile tali strutture e quanto, ultimamente, sono state da loro frequentate?

Dott.ssa Brambilla
E’ una domanda molto difficile; per il mio osservatorio, non sono molto visibili le associazioni o le realtà che garantiscono la psicoterapia con prezzi calmierati. Quello che però ho visto proliferare nel corso di questo anno di pandemia sono gli sportelli gratuiti forniti online. Iniziativa virtuosa, dove però vedo un rischio grosso: il fatto che possa essere un po’ svenduto il valore della psicoterapia. Il costo calmierato va bene, ma il fatto che un servizio sia gratuito spesso lo rende maltrattabile. Intendo dire che anche per l’utente risulta meno efficace per una sorta di strano effetto placebo al contrario, che è un po’ quello che accade nel rivolgersi ad un medico del sistema sanitario nazionale o ad uno del privato. Come dire, se una cosa è gratis non è di grosso valore. Detto ciò sono d’accordo nel dire che la psicoterapia ha un costo spesso eccessivo, anche a fronte della frequenza con cui si va in terapia, quasi settimanale e quasi sempre per lungo tempo. Per questo credo che bisognerebbe intervenire piuttosto a livello istituzionale rispetto all’investimento pubblico sulla salute psicologica che non è considerata un diritto come la salute fisica.

Dott. Grampa
Sono d’accordo nel dire che che debba esserci una presa di posizione dall’alto riguardo la necessità di supporti psicologici più accessibili a tutti. Esistono servizi pubblici come i consultori, gli sportelli, gli ambulatori di psichiatria territoriali, ma è anche vero che in questo periodo di pandemia sono stati tra i primissimi servizi a saltare perché non si riceveva più; di conseguenza è andato tutto sul privato che non è assolutamente per tutti.

 

Secondo la vostra esperienza in questo periodo, quali sono le principali problematiche riscontrate dai ragazzi? E i principali disturbi insorti?

Dott.ssa Brambilla

La fatica maggiore per i ragazzi, indubbiamente, è la dispersione scolastica: c’è stato un profondo calo della motivazione, soprattutto nei ragazzi del biennio delle scuole superiori che si trovano in un momento molto delicato, dove capiscono se la scuola che stanno facendo è quella più adatta a loro. È chiaro che capirlo in didattica a distanza diventa più complicato. Anche per quello che riguarda i giovani, quindi ragazzi e ragazze di venti e trent’anni, la perdita della motivazione è comunque presente, sia a livello universitario che lavorativo. 

Dott. Grampa
Nel passaggio canonico dalle superiori all’università, ci si ritrova in qualcosa di nuovo, dove vedo molta sofferenza. Ci si immaginava di fare uno slancio che invece è avvenuto in maniera inedita e non soddisfacente: tanti giovani quindi sono congelati in questa terra di mezzo dove c’è molta fatica. I disturbi d’ansia, assieme alla depressione, sono oggi quelli che vanno per la maggiore. Ad essi si  aggiunge un forte calo della motivazione e il cosiddetto “effetto vacanza”, una condizione per la quale vengono alterati i cicli temporali, si dorme e ci si sveglia in altri orari, non si fa più alcuna attività fisica e si mangia più tardi del solito. E questo è all’ordine del giorno in tutte le età. 

 

Quali possono essere le conseguenze a lungo termine della pandemia sullo stile relazionale dei giovani? E’ possibile che la pandemia abitui ad un nuovo modo relazionale (sempre meno fisico e sempre più online) rispetto a quanto sta già avvenendo?

Dott. Grampa
Forse l’online e la modalità dal remoto diventerà sempre più usata in contesti lavorativi e non di relazioni affettive. La relazione affettiva, per quanto possa essere valida attraverso uno schermo, necessariamente ha bisogno della sua parte fisica, del contatto, di vedersi e di farsi una risata da vicini. Quello dovrà tornare, è qualcosa di non sostituibile. Tant’è che quelle persone che demandano alle relazioni mediate interamente dall’online, fanno parte di gruppo che è quello degli hikikomori. È una patologia. Non è pensabile utilizzare solo il metodo dell’online perché abbiamo scoperto che può funzionare.

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E’ stato particolarmente acceso il dibattito sulla condotta giovanile durante il periodo pandemico. Cosa ne pensate delle critiche rivolte da parte di adulti e stampa sulla loro condotta? Crede che si tratti di casi isolati oppure che, in generale, avremmo potuto fare “di meglio”?

Dott.ssa Brambilla
Queste accuse aprono a due questioni: da una parte quella dell’educazione e della cultura, dall’altra quella delle regole. La prima questione evidenzia che non c’è adeguato  investimento né sull’istruzione né sull’educazione civica e critica: in molti non hanno gli strumenti per leggere la realtà. Il tasso di analfabetismo funzionale in Italia è altissimo: persone che sanno leggere ma che non sanno comprendere e capire cosa può essere ritenuto giusto o sbagliato fare. Il secondo aspetto riguarda il rispettare le regole solo se si è a conoscenza della punizione. Questo parte dall’educazione in famiglia: i giovani di oggi sono persone cresciute negli anni novanta e inizio duemila dove era prassi comune prendere a sberle il bambino se non faceva ciò che gli si diceva. Quella lì è l’educazione della paura: “fai ciò che dico io, sennò le prendi”. È chiaro che chi è cresciuto così, difficilmente rispetterà le regole per il bene comune. Accaniamoci poco contro i giovani poiché la maggior parte  della responsabilità è di chi li ha educati in una certa maniera.

 

Infine, cos’è che la vostra esperienza clinica vi sta rivelando umanamente, in questo periodo? 

Dott. Grampa
L’altro è una profonda ricchezza, questo periodo storico me lo conferma. La preziosità  dell’incontro con l’altro è la cosa più importante che ho nella vita ed è per questo che ho scelto di fare il mestiere dello psicologo: per incontrare l’altro ed entrare con lui in una forma di intimità molto alta. 

Dott.ssa Brambilla
Anche l’aspetto del sentirsi è molto importante. Personalmente funziono meglio quando mi sento, al di là di ciò che succede di fuori, perché la bussola è interna. Non bisogna mai perdere questa bussola interiore e parallelamente si deve cercare di diventare sempre più fini ascoltatori: è nel momento in cui riesco a sintonizzarmi con ciò che sento, questo mi rende libera, questo genera il cambiamento.

Articolo di Giulia Tore e Francesca Asia Cinone