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La gestione dei servizi abitativi a Milano va sempre peggio

Tra il blocco degli sfratti, gli sgomberi e i problemi dell'edilizia popolare la situazione a Milano è sempre più problematica

Da un anno a questa parte la crisi pandemica ha messo in evidenza, oltre alle mancanze organizzative del settore sanitario, le molteplici problematiche in ambito economico e sociale. Più nel dettaglio le azioni statali sono state indirizzate alla tutela e all’aiuto di coloro che si trovano in una condizione economica resa precaria dall’emergenza sanitaria o da questa aggravata. Per arginarne le conseguenze dannose, lo Stato ha emanato a inizio pandemia il decreto legge Cura Italia (D.L. 17 marzo 2020, n. 18), atto normativo che annualmente il governo approva per posticipare l’entrata in vigore o la scadenza di alcune disposizioni vigenti. Quest’anno, analizzando la situazione di forte crisi, è stato dedicato ampio spazio alla questione abitativa, nel tentativo di tutelare i soggetti in ritardo con i pagamenti del canone d’affitto, prevedendo una proroga per gli sfratti di circa sei mesi. La questione merita la dovuta attenzione poiché riguarda da vicino la vita di migliaia di persone e sarebbe certamente problematico rendere tutte queste famiglie abitanti della strada, prive di garanzie, tutele e protezioni. Grazie dunque all’entrata in vigore del decreto legge è stato possibile bloccare l’esecuzione di sfratti che in Lombardia aveva visto, l’anno precedente, 30.682 richieste di adempimento, di cui 16.513 solamente a Milano.

Fin da subito appare evidente come tale intervento statale si configuri piuttosto come una proroga che posticipa, ma che non trova una soluzione definitiva al problema. Per denunciare, quindi, la condizione di tutti coloro che riscontreranno, decorso il tempo previsto, una difficoltà economica nel sostenere il canone di locazione, si è svolta una manifestazione il 16 dicembre 2020 al fine di prorogare il blocco degli sfratti che avrebbe trovato il suo termine il 31 dicembre dello stesso anno.

Grazie anche al movimento dei sindacati nazionali è stato posticipato tale blocco per ulteriori sei mesi, attraverso un nuovo decreto legge Milleproroghe entrato in vigore l’1 gennaio 2021. Nonostante questa concessione, tuttavia, il problema si ripresenterà agli inizi di luglio e dunque ancora una volta è stata indetta una manifestazione a febbraio al fine di chiedere soluzioni più efficaci al problema. Come afferma infatti Massimo Pasquini – segretario dell’Unione Inquilini – il blocco degli sfratti è “una misura a tutela della salute dei cittadini. Il rischio riguarda infatti allo stesso modo tutti quelli che potrebbero finire per strada.” 

Ritornando ad un’analisi posta sul piano giuridico, un altro elemento di rilievo che emerge è che le misure adottate si rivelano parziali, in quanto si limitano ad avere a oggetto solo la tutela dallo sfratto. Questo costituisce l’atto finale di una diffida emessa dal locatore, cioè il proprietario dell’immobile, nei confronti di un locatario non in regola con i pagamenti del canone. Tale situazione comporta la perdita del possesso dell’immobile di cui traeva godimento il locatario stesso. Nessuna attenzione è stata rivolta alla questione sgomberi, ovvero quel procedimento svolto da funzionari della pubblica amministrazione nel caso in cui un immobile sia stato occupato abusivamente e dunque senza alcun titolo riconosciuto. 

 

Gli sgomberi a Milano

È infatti dello scorso 17 febbraio la notizia di uno sgombero avvenuto a Milano all’interno di un edificio in zona Dergano, precisamente in via Germana de Stael. 

Al momento dell’intervento gli occupanti all’interno dell’edificio, in disuso dal 2011, erano circa 40, ma più di un centinaio di persone avevano trovato alloggio all’interno della palazzina, occupata tre anni fa. Le condizioni precarie dello stabile, già in stato di decadenza, sono poi peggiorate durante il primo lockdown, anche dal punto di vista igienico-sanitario.

Una volta effettuata la procedura e liberato l’edificio, alle madri sole sono stati offerti alcuni posti in comunità, alle famiglie una sistemazione temporanea, mentre è stata sporta denuncia contro coloro che erano in possesso di documenti regolari con l’accusa di occupazione abusiva. Al contrario, rimane sconosciuta la sorte degli irregolari privi di documenti, per i quali le possibilità risultano essere due: l’uscita dalla Questura con un decreto di espulsione oppure essere destinati al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di via Corelli. A entrare prossimamente nel mirino delle forze comunali potrebbero essere anche le zone di via Bolla, San Siro e Lorenteggio, nelle quali si inizia a pensare un progetto di rigenerazione.

 

La situazione nell’hinterland

Allo stesso modo, anche l’hinterland non è rimasto escluso da questo tipo di azione: il 12 febbraio a Cinisello Balsamo è stato liberato lo stabile di via Gorki, precedentemente occupato da persone senza dimora. Così l’edificio viene “riconsegnato alla proprietà”, come afferma su Facebook Giacomo Ghilardi, il sindaco cinisellese, che aggiunge: “procediamo spediti, quindi, con gli sgomberi, dopo la rimozione del blocco del Governo. Stiamo monitorando il territorio e anche le segnalazioni dei cittadini sono fondamentali per intervenire tempestivamente. Questo è il primo, e non sarà l’ultimo!”.

Tuttavia, non sono solo i più recenti avvenimenti a mostrare chiaramente quali siano le priorità e gli interessi comunali. Guardando al 2020, si scopre che già numerose volte le forze di polizia di Milano si sono attivate in differenti azioni di sgombero in varie zone, come Barona, Calvairate, San Siro, Porta Ticinese, Baggio e altre ancora. Sorge spontaneo allora chiedersi chi siano stati i soggetti colpiti da questi interventi e quale urgenza abbia spinto il Comune di Milano, in piena crisi sanitaria, ad attuare questo tipo di politica abitativa. Se talvolta si è effettivamente trattato di un contrasto alla criminalità, nel caso di occupazioni abusive connesse ad attività di spaccio o furto, ben più spesso però ad essere sgomberate sono state persone senza dimora in cerca di un riparo, madri sole con più figli a carico o intere famiglie che, colpevoli sì di illecito, sono state allontanate dallo stabile o denunciate in stato di libertà. Milano si profila così come una città nella quale l’illecito è rigorosamente contrastato, mentre molto meno determinata appare la lotta alla marginalizzazione e alla precarietà abitativa, per non parlare di una prospettiva della cura che cresce e si alimenta in forme di mutualismo dal basso, ma risulta spesso assente dall’alto.

Alla luce quindi della linea di condotta comunale fin qui tenuta e in previsione di azioni future, già più volte preannunciate dagli espliciti moniti di Stefano Bolognini – assessore alle Politiche sociali della Regione Lombardia – è necessario attuare una riflessione che accolga al suo interno non solo la questione dell’occupazione abitativa, ma anche dell’edilizia popolare, ampliando lo sguardo fino a cogliere la presenza di una chiara cornice che accompagna e racchiude queste tematiche: l’emergenza abitativa presente a Milano. Per individuare al meglio le interconnessioni presenti tra questi differenti elementi è comunque utile partire da alcune considerazioni.

Anzitutto, il fenomeno dell’occupazione a fini abitativi, sulla cui diffusione in territorio milanese non si hanno purtroppo dati precisi e attuali, può generarsi in una molteplicità di contesti e derivare da differenti ragioni, che vanno dall’illecito commesso per profitto personale alla situazione, pur sempre colpevole secondo il codice penale, di estrema necessità abitativa. Inoltre, esso ha comunque spesso e volentieri luogo proprio in edifici di residenza popolare, dunque pubblici e destinati ad assegnazioni secondo criteri ben precisi. Tuttavia non è forse sufficiente bollare semplicemente questi atti come criminali e andare oltre, poiché proprio mediante la riflessione su ciò che li genera si potrebbe giungere all’individuazione di una possibile soluzione. 

 

Le richieste e gli alloggi disponibili

Analizzando ad esempio alcuni dati e attuando un confronto tra la domanda di edilizia residenziale pubblica e l’offerta sul territorio milanese è lampante l’esistenza di uno scarto fin troppo grande. Prima di tutto qualche numero: nel 2021, secondo il piano annuale di politica abitativa annunciato dal Comune, saranno 2.214 gli alloggi pubblici disponibili, di cui 982 comunali e 1.032 di proprietà di Aler a cui si aggiungono 200 appartamenti per i Servizi abitativi transitori (con contratti più brevi); cifre queste che, se confrontate con le circa 12.000 e più richieste effettuate nel 2019, appaiono di gran lunga troppo inferiori, considerando anche la già lunga lista d’attesa presente. È infatti Milena Pollara – membro della segreteria di Sunia Milano – ad affermare che non solo l’offerta è da sempre insufficiente, ma che con l’avvento e il perpetuarsi dell’emergenza sanitaria essa si è rivelata ancor più irrisoria rispetto alla necessità abitativa presente a Milano. È dunque assolutamente prioritario un impiego di energie e risorse economiche per costruire nuovi alloggi di edilizia pubblica e sociale, oltre a riqualificare quelli già esistenti, azione in parte già attuata dal Comune nel 2020, ma ancora non sufficiente.

Cosa tutto questo abbia a che fare con il blocco degli sfratti e con l’occupazione abusiva richiede qualche passaggio ulteriore, seppur facilmente intuibile. Da un lato, ai già 2.500-3.000 sfratti notificati tra il 2019 e il 2020 e bloccati dalla pandemia si aggiunge ora una considerevole componente di persone non più in grado di pagare il proprio affitto a causa della ben nota crisi economica derivante dall’emergenza sanitaria; dunque la rimozione del blocco sfratti adesso comporterebbe una richiesta ancora più elevata di alloggi pubblici a basso costo. Nonostante a livello regionale siano stati istituiti dei fondi per sostenere individui e famiglie nel pagamento del canone d’affitto o qualora si trovassero in condizioni di morosità incolpevole, è comunque evidente che, visti i numeri poco sopra, il Comune, in caso di sblocco sfratti, non sarebbe in grado di rispondere all’esigenza presente, né tantomeno a quella di coloro che, da tempo, si trovano per strada. Dall’altro lato si trova invece chi ha occupato e chi, come noto da notizie più che recenti, è stato sgomberato: tra i primi si potrebbero forse annoverare, almeno in parte, proprio coloro che per la già scarsa offerta comunale, trovatisi in condizioni di estrema necessità, hanno preso una scelta non giuridicamente corretta pur di non rimanere in strada; i secondi rappresentano invece coloro che, seppur autori di un atto illecito, si ritrovano ora senza una casa, impossibilitati a richiederne una di proprietà pubblica (uno dei requisiti per l’accesso è infatti proprio l’assenza di occupazione abusiva e sfratto da una casa popolare nei cinque anni precedenti la richiesta), in un periodo di piena emergenza abitativa, economica e sanitaria. È anche infatti necessario considerare che chi vive in una condizione di precarietà abitativa è inevitabilmente più esposto al rischio di contagio ed è pertanto fondamentale l’attivazione di una strategia coordinata ed efficace finalizzata alla protezione di queste fasce di popolazione più vulnerabili. La risposta del Comune, di fronte a tutto questo, si manifesta mediante i pochissimi alloggi per i Servizi abitativi transitori messi a disposizione (nel 2020 soli 250), la cui funzione è comunque esclusivamente quella di tamponare la perdita dell’abitazione e permettere al nucleo familiare o al singolo di reperirne un’altra. Ad accompagnare questa flebile presenza intervengono spesso i sindacati o i servizi sociali, che però non sempre riescono a trovare, in poco tempo, una soluzione. 

Una nota è necessaria e si richiama a quanto già in parte detto: l’occupazione abusiva è e rimane un illecito, seppur debba comunque essere osservata in tutte le sue differenti declinazioni e spinte. Essa rappresenta evidentemente in molti contesti un elemento di forte disagio per chi ha invece ottenuto legittimamente un alloggio popolare e ancor più per chi è in lista d’attesa. Tuttavia l’interrogativo permane: a coloro che hanno scelto la strada dell’occupazione perché non intravedevano altre alternative e adesso, proprio in queste ultime settimane al grido di «sgomberiamo i delinquenti», si sono ritrovati in strada, cosa accadrà?

 

Le nostre redattrici hanno discusso di questo tema durante un episodio del podcast Treccia(Di)Battiamo di Radio Statale

 

Immagine in evidenza:

“1507_SAN SIRO STREET FESTIVAL ATTO 6” by Cantiere Centro Sociale is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

Articolo di Gina Maria Marano, Elisabeth Pizzicaria, Caterina Nigra, Mafalda Maria Solza, Idarah Umana, Erika Ravot