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La situazione nelle carceri italiane è critica

Non solo Santa Maria Capua Vetere, ecco com'è la condizione carceraria, oltre il limite, nella realtà torinese di Lorusso Cutugno

03/07/2021

È di Goffman, sociologo statunitense del secolo scorso, la definizione di carcere come “istituzione totale”. Ma chi è esterno spesso fatica anche solo lontanamente ad immaginare cosa significhi abitarci dentro. Abitare, recita Treccani, dal latino habitare, propr. «tenere», significa “avere come propria dimora”. In che modo un’istituzione totale, dunque, può diventare casa

 

Se la vita ha delle sbarre ormai di vecchia data 

Per comprendere a pieno la complessità di tale paradosso, è necessario individuare le caratteristiche che determinano cosa sia, l’istituzione totale. Afferma Goffman che un’istituzione totale si ha quando ogni attività si svolge nello stesso luogo e sotto la medesima autorità, gli individui agiscono sotto sorveglianza costante costretti ad attività per gruppi numerosi e vi sono regole ferree e ripetitive che supportano la standardizzazione dei comportamenti.

Come se questa prospettiva non fosse già abbastanza terrificante, è fondamentale porre l’accento su come oggi, in Italia, tale istituzione sia gestita (o meglio, non sia gestita), oltrepassando anche quelle norme che dovrebbero garantire una vita in carcere se non dignitosa, quantomeno accettabile.

Secondo l’ultimo rapporto di Antigone Italia, l’associazione “per i diritti e le garanzie del sistema penale”, infatti, il tasso di affollamento ufficiale sarebbe al 106,2%, anche se il dato in realtà non tiene conto delle situazioni transitorie: nei fatti, il sovraffollamento supera il 115%. Un rapido sguardo ad alcune delle immagini che Antigone restituisce può aiutare a capire cosa significhi questo dato, e, più in generale, cosa significhi vivere in carcere. Come riportato anche da alcuni ex detenuti presso il carcere Lorusso Cutugno di Torino, che hanno accettato di essere intervistati, le condizioni delle carceri sono fatiscenti: scarafaggi e muffa sono all’ordine del giorno, e celle destinate a un solo detenuto sono spesso abitate da due di essi. In molti casi il riscaldamento non funziona, e nell’ultimo anno numerosi sono stati i focolai di Coronavirus esplosi tra le mura. Inoltre, i servizi igienici sono spesso nelle celle stesse, e nelle docce non arriva l’acqua calda. Come raccontato da Michele Miravalle, coordinatore nazionale dell’Osservatorio sulle condizioni detentive presso Associazione Antigone Italia, a Scomodo “la Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2013 aveva condannato l’Italia per trattamenti umani degradanti proprio per la mancanza di spazi detentivi adeguati; qualcosa è migliorato ma comunque parliamo di strutture detentive nate malamente.” Tali condizioni, sommate allo shock dovuto all’ingresso in una realtà completamente diversa da quella esterna, che costringe i carcerati ad abbandonare legami, abitudini e riferimenti, comportano la comparsa di patologie fisiche e psichiatriche, che, con il tempo, non fanno che peggiorare e, spesso, cronicizzarsi. Miravalle ha confermato a Scomodo che “alcune persone entrano in carcere affette da patologie importanti, quindi che condizionano anche la vita all’interno, perché il carcere è un luogo patogeno, poi tendenzialmente le patologie tendono a peggiorare, aumentare o aggravarsi, soprattutto quelle mentali. Questo crea una serie di problemi, ma questo accade in tutte le carceri”. Uno dei disturbi più frequenti è sicuramente la sensazione di vertigine, di cui buona parte dei detenuti inizia a soffrire già a partire dai primi giorni di detenzione. Quasi tutti sviluppano poi disturbi alla vista, all’udito e al tatto, e una buona percentuale, nel giro di pochi mesi, inizia a soffrire di patologie dermatologiche e digestive. Va da sé che a questo si associano patologie psichiche come la depressione, la schizofrenia, i sintomi allucinatori e lo straniamento. L’ordinamento penitenziario italiano, in vigore dal 1975 e sancito sulla base della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, nel primo articolo recita: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona […] Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi”. Allo stesso tempo Foucault, filosofo e sociologo autore del testo “Sorvegliare e punire” sostiene che i condannati alla detenzione (in Francia ma non solo) non vengono rieducati, ma riprogrammati, annullati e ricostruiti. Insomma, viene riservato loro un trattamento ben diverso da quello che la Dichiarazione (e la nostra Costituzione) prevedono. 

Nel caso del 41-bis, disposizione introdotta nell’ordinamento penitenziario italiano nel 1986, l’isolamento quotidiano raggiunge le 22 ore, e spesso ai detenuti non vengono concessi nemmeno i farmaci necessari a curare tutte le patologie che conseguono a questa situazione. Ma quando ciò diviene abbastanza? A queste sofferenze si sommano le umiliazioni subite e riportate da buona parte delle persone tornate in libertà: testimonianze come quelle di E. e M., ex detenuti intervistati da Scomodo, riferiscono di provocazioni, minacce e frasi al limite dell’umiliazione. Le minacce, tuttavia, spesso non restano tali, e le dinamiche di potere, nel contesto carcerario, si affermano più che altrove.

Si potrebbe pensare che queste non siano che le opinioni degli ex carcerati, qualcuno potrebbe ipotizzare che siano menzogne. Eppure è di luglio 2020 la notizia di 25 indagati tra coloro che lavorano presso la casa circondariale Lorusso Cutugno di Torino: tra questi, anche il direttore della struttura e il capo delle guardie carcerarie. L’accusa è quella di tortura per “condotte che comportavano un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona detenuta” anche se secondo il  direttore stesso, l’accusa è di favoreggiamento e di omessa denuncia. Sentendosi legittimate dal potere conferitogli dallo Stato, le guardie carcerarie si sentono in diritto di alzare le mani sui detenuti, soprattutto su quelli più fragili.  Come spiega Miravalle, “per la prima volta in Italia si svolge un processo che coinvolge l’intera catena di comando del carcere, fino a coinvolgere il direttore, ciò ha fatto tremare la struttura idealmente, infatti sia il direttore che il comandante sono cambiati, i vertici si sono rinnovati. Passerà alla storia come il primo carcere ad essere accusato in termini di torture.” 

 

Nella “città” di Lorusso Cutugno 

Miravalle descrive il carcere Lorusso Cutugno come una “città variegata e complessa”. E in effetti la casa circondariale torinese per dimensioni e persone che lo occupano – duemila anime tra detenuti e personale – ha tutte le caratteristiche di un centro urbano. Il complesso si estende in un’area molto ampia del quartiere Vallette di 2500 mq, periferia nord-ovest di Torino. Tra i suoi spazi detentivi, l’istituto comprende anche una sezione femminile, un polo universitario, una sezione per la salute mentale e una per lavoratori in semilibertà. La varietà dei circuiti e delle misure inflitte rende perciò difficile parlare della struttura nella sua interezza. Ogni “quartiere”, infatti, presenta delle problematiche specifiche e numerose aree della struttura – precisa Miravalle – presentano oggi condizioni precarie.

“Ogni mattina le prime ore le passavamo a uccidere scarafaggi” racconta E. a Scomodo, ex- detenuta della casa circondariale Lorusso Cutugno. E. ha messo in piedi da poco un’associazione per promuovere progetti di formazione dentro l’istituto, ma dall’inizio della pandemia è tutto fermo; con lei c’è anche M., anche lui ex-detenuto del Lorusso Cutugno. 

Entrambi ricordano bene lo stato della struttura tra muffa, infiltrazioni d’acqua e intere sezioni al limite dell’inagibilità completa: bastano poche frasi per tratteggiare una condizione di vita che oltrepassa di gran lunga le finalità della pena previste dal nostro ordinamento. Dalle loro parole appare subito chiaro come a incidere sulla quotidianità del carcere sia la volontà dei singoli, dettata però da condizioni che ci si porta con sè da fuori. Può capitare allora che da un gruppo di detenuti parta l’idea di riverniciare le pareti della propria sezione, ma che questa sia “finanziata” e portata avanti dai detenuti stessi solo con una colletta e un po’ di fatica. L’episodio descritto da M. è significativo, ma non certo isolato. Nelle parole di E. e M. gli ospiti della casa circondariale torinese risultano costretti a sopperire sistematicamente alle mancanze della struttura con forze proprie e proprie risorse economiche. Fin negli aspetti più essenziali: dal comprare cibo al procurarsi un semplice fornelletto da campeggio, in assenza di cucina in cella e con un servizio mensa che spende un euro a pasto per ciascun detenuto. In cella si proiettano allora le stesse disuguaglianze conosciute fuori, soprattutto quando non si hanno né soldi né famiglia su cui contare. Non solo, a volte neanche i diritti garantiti per legge possono essere dati per scontati. 

E. alza la voce quando richiama alla mente come, in un’occasione, abbia dovuto ricorrere alla denuncia per vedersi riconosciuta l’esenzione dal ticket sanitario per una visita specialistica; un’esenzione espressamente riservata dalla legge ai detenuti, con la previsione del codice F01. D’altra parte, di fronte alle richieste dei carcerati, il personale penitenziario può dimostrarsi spesso diffidente, allenato alla provocazione, quando non persino alla violenza. Nella loro esperienza, E. e M. concordano: le provocazioni da parte del personale erano all’ordine del giorno, quasi a voler innescare nei reclusi reazioni incontrollate a tutti i costi. Capita così che per motivi anche di poco conto, M. spiega senza farci caso, puoi ritrovarti sottoposto per mesi al 14-bis: sorveglianza particolare, sulla carta, nei fatti isolamento in “celle lisce”, celle prive di arredamento al di fuori di un lavandino e di un letto fissato al pavimento, niente cuscino o coperte. Quando non si applicano norme specifiche dell’ordinamento penitenziario l’isolamento può essere invece una scelta della persona. E., ad esempio, confida di aver limitato drasticamente i suoi rapporti all’interno del carcere durante la detenzione, così da avere meno contatti possibili con la realtà che viveva.

Secondo E. e M. a inizio pena sarebbe necessario un inserimento graduale nel contesto carcerario. L’impatto con il nuovo ambiente, infatti, potrebbe comportare quasi naturalmente l’emergere di pensieri suicidi o incattivire definitivamente il nuovo detenuto. Il quadro non migliora se si passa ad affrontare il reinserimento: da un lato, M. riconosce la presenza di numerosi progetti educativi e di formazione all’interno dell’istituto, perlomeno nella sezione maschile. Ma nonostante gli attestati accumulati (“neanche ricordo quanti ne ho fatti” dice), malgrado l’attivismo del volontariato e la schiera di corsi in partenza, la spendibilità di queste attività in ottica di reinserimento si rivela quasi nulla. Ad aggravare ancora lo scenario è intervenuta la situazione pandemica che, come spiega Miravalle, ha “congelato” buona parte dei progetti di formazione professionale previsti per i detenuti. Entrambi sostengono che Il problema si presenta però a fine pena, quando vengono a mancare istituzioni o punti di riferimento a cui rivolgersi per un effettivo reintegro in società. A provare a far la differenza sono di nuovo alcune realtà di volontariato, la cui attività è lodevole ma isolata e, in definitiva, insufficiente. L’assenza di possibilità e di prospettive in questo passaggio delicato porta M. a dire che “la pena è fine a sé stessa”. Sono entrambi pessimisti su un possibile cambio di sensibilità. Non lo vedono nelle istituzioni che lasciano in funzione strutture fatiscenti, problematiche sin dalla loro inaugurazione. Ma non lo vedono neppure nell’opinione pubblica, dove il fine rieducativo della pena non sembra aver mai trovato spazio, e si guarda alla realtà carceraria con sospetto, come con sospetto si guarda alle misure alternative di pena.

 

“È come se i carcerati a un certo punto smettessero di essere persone” 

La Costituzione è un principio regolatore della nostra società, delle democrazie tutte, atta a tutelare ogni essere umano e cittadino. Precisamente, all’interno della Costituzione italiana si trova l’articolo 27: «L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Tuttavia, l’Italia assume una percezione di giustizia punitiva e carcere-centrica; non a caso, il nostro Paese è annoverato per avere le pene più lunghe rispetto ad altri paesi europei. Il 27% della popolazione carceraria italiana ha una condanna compresa tra i 5 e i 10 anni, a fronte di una media europea del 18%, ovvero di 9 punti percentuali in più bassa. La realtà mostrata dal rapporto di Antigone del 2021 mostra invece come le  condizioni delle carceri siano spesso al limite. La popolazione carceraria è in media del 115% in più e in alcune città come Taranto o Brescia arriva a toccare picchi, rispettivamente del 196,4% e del 191,9%. A fronte di questi dati sembra difficile pensare che si stia trattando la popolazione carceraria con intento educativo e secondo  «al senso di umanità» come citato nella nostra Costituzione.

Ma come può esistere rieducazione alla luce di quello che dimostrano le denunce del Comitato di Prevenzione della Tortura (CPT)? Il risultato del sistema-carcere si può misurare attraverso il livello di recidività e di buona riuscita dell’intento rieducativo. Secondo il libro “Vendetta pubblica. Il carcere in Italia” di Vigna e Bortolato, la recidività di chi ha commesso reati, è molto alta in Italia, sette ex detenuti su dieci tornano a delinquere, ma la percentuale crolla dal 70% al’1% tra chi negli ultimi anni da detenuto ha avuto modo di lavorare.  

Solo con una possibilità di riscatto, si dimostra a chi ha sbagliato di avere della fiducia da impiegare e spendere al meglio nella vita che lo attende; diversamente ci adoperiamo soltanto ad infliggere pene con risultati sia per l’ex detenuto stesso quanto per la società altamente discutibili. 

 

Esiste una possibilità?

Concetto nato negli anni ’80 in America del Nord, la giustizia riparativa consiste nello smettere di pensare il reato come violazione di una norma ma sensibilizzare chi ha commesso l’illecito, nell’ottica di educare alla comprensione degli effetti che il crimine ha come risultato, sotto diversi aspetti – morali, emotivi, materiali o relazionali – che colpiscono singole persone o interi gruppi. Il soggetto principale per la giustizia penale non deve essere solo un concetto astratto e giuridico, ma deve esserlo a livello conscio, sensibile emotivo e umano. Diversamente ogni reato viene percepito come burocratico e astratto in cui le persone da soggetti diventano di contorno e marginali in un freddo indice di codici. Il reato deve essere considerato come danno alle persone cosicché consegue l’obbligo dell’autore del reato a rimediare al suo comportamento lesivo e alla sua condotta coadiuvando un coinvolgimento attivo della vittima con la società.

A dicembre scorso è stato presentato dal direttore degli Uffici di Esecuzione Penale Esterna di Torino, Angela Magnino – insieme agli assistenti sociali Barbarossa, Donato e Garello – un progetto che riguarda percorsi di reinserimento alternativi presso alcune associazioni. Misure alternative alla detenzione – almeno per quanto riguarda i reati minori – così da poter interrompere i processi per rimediare con il volontariato o con l’assistenza sociale. Queste misure snelliscono i processi e il carico di lavoro della giustizia, ma ricordiamo che questi trattamenti sono validi per reati minori, e ancora una volta l’assenza dello Stato pesa, facendosi sentire su chi deve scontare pene più lunghe trovandosi a fine pena a doversi interfacciare con un mondo che spesso è completamente cambiato rispetto alla vita passata. 

Molto c’è ancora da fare per la reintegrazione sociale e lavorativa: la tutela sembra essere più vicina, secondo l’ultimo rapporto del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte, la possibilità di investire per cambiare qualcosa, per avvicinarsi umanamente ai detenuti. La realizzazione di una “Casa Famiglia Protetta” come struttura urgente e necessaria in un percorso virtuoso di presa in carico delle mamme detenute con bambini, in collegamento con ICAM (Istituto a Custodia Attenuata per Mamme con bimbi in carcere) presente nel carcere di Torino, sarà una sfida importante essendo ad oggi soltanto due le realtà italiane (Milano e Roma) in fase sperimentale in questo senso. 

 

Ci sono molti passi da fare in avanti e oggi più che nel ‘700, le parole di Voltaire sembrano risuonare pregne di significato: «Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri» ed in uno stato democratico, quale è il nostro, è auspicabile una sensibilità e consapevolezza da poter avere decenza e coscienza dell’uomo-individuo a cui riconoscere dignità e giustizia morale.

Articolo di Alessio Civita, Chiara Pedrocchi e Roberto Ruben Ganzitti Ha collaborato Matilda Balboni