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Tra pregiudizio e prevenzione, l’Europa alle prese con lo Sputnik V

Lo Sputnik V in Russia e in Europa

Il 2 febbraio 2021 il vaccino russo Sputnik V, elaborato dall’Istituto Gamaleia e registrato l’11 agosto 2020, ha finalmente acquisito quella legittimità che ancora gli mancava. Proprio quel giorno infatti sulla rivista britannica Lancet, che di questi tempi gode di una certa fama, sono apparsi i risultati della fase 3, condotta su 21.977 individui accuratamente selezionati. Come da procedura, a una parte del campione è stato effettivamente iniettato il vaccino mentre una parte, minore, ha ricevuto un placebo. I risultati finali hanno permesso di stabilire che l’efficacia del vaccino, dopo due iniezioni, è del 91,6%. Questo annuncio ha naturalmente galvanizzato le autorità russe e, come ci ha fatto notare Mattia Bagnoli, corrispondente ANSA da Mosca intervistato da Scomodo, ha riportato il vaccino russo al centro del dibattito occidentale e in particolare europeo. Questo ha dato il via a una campagna mediatica inarrestabile anche tramite un profilo Twitter attivissimo e che non esita a rispondere direttamente alle dichiarazioni dei politici europei. 

Si fa molto parlare di guerra dei vaccini e battaglia mediatica, specie nel caso di Sputnik V. Tuttavia, come sottolineato dall’inviato ANSA, è normale che la Russia abbia voluto ricordare al mondo di essere ancora una potenza in campo scientifico e che abbia voluto mostrare un certo orgoglio per questo traguardo che ha tagliato per prima. D’altra parte, il fatto che sia l’unico vaccino a possedere un nickname e che questo nickname sia Sputnik V sono segni inequivocabili della volontà di trasformare il successo scientifico in una competizione che richiama la corsa allo spazio. Il desiderio di comunicare la propria vittoria, ha aggiunto Bagnoli, non ha però aiutato la Russia a guadagnarsi la fiducia dello scenario internazionale. Infatti, è stata la fretta di volerlo registrare e distribuire ovunque a creare intorno a Sputnik V un’aura poco positiva di dubbio e incertezza. 

Ad alimentare i sospetti si aggiunge la “questione interna”: la vaccinazione della popolazione russa, che sta effettivamente procedendo con particolare lentezza, pur essendo ufficialmente cominciata il 5 dicembre 2020. Stabilire con esattezza quanti siano i vaccinati non è semplice poiché non esiste un database federale e ci si deve affidare ai dati regionali o alle dichiarazioni delle autorità federali. Secondo quanto calcolato dalla Novaja Gazeta, i vaccinati sono al momento 9,3 milioni, facendo la somma dei dati regionali, o 8 milioni, stando alle dichiarazioni federali, su una popolazione di circa 146 milioni di abitanti. Insomma, considerata tutta l’enfasi che viene posta sull’esportazione, viene da chiedersi per quale motivo non pensino prima a vaccinare la propria popolazione. La risposta ci viene dal nostro intervistato:

«Ci sono diverse ragioni: sicuramente una grande diffidenza rispetto a ciò che dicono le autorità, partendo anche dalle condizioni normali della sanità russa che, fatta eccezione per le emergenze, non sono sono particolarmente buone. Un altro elemento è la pessima gestione mediatica: se immetti nel web una serie di elementi di sfiducia nei confronti della medicina tradizionale, ti devi aspettare delle conseguenze. Allo stesso tempo, all’inizio della pandemia in televisione venivano invitati i personaggi più assurdi con teorie inverosimili e questo ha favorito il diffondersi di disinformazione. Come se non bastasse, la gente cercava di capire le origini di questo virus ma il governo non poteva riversare la colpa, almeno ufficialmente, sulla Cina come invece ha fatto Trump perché è uno stato alleato. Questo mix, nonostante la gestione apprezzabile della pandemia, ha creato una certa confusione nella popolazione russa e da qui ha avuto origine la diffidenza, ma anche il poco interesse, verso il vaccino».

Certamente, fa notare ancora Bagnoli, questo è dovuto anche a un diverso approccio alla pandemia. Se in Italia si è preferito tutelare un “bene comune” attraverso le restrizioni, l’erogazione di sussidi e dunque aumentando il debito pubblico, in Russia la scelta, in parte obbligata, è stata quella di accettare le conseguenze sul breve termine, sperando di essere ricompensati nel futuro. Infatti, lo stato russo non ha erogato alcun sussidio e questo ha reso necessario continuare l’attività lavorativa in tutti i settori; per questo motivo il rapporto debito pubblico/PIL è aumentato solamente del 5% (dal 13% al 17%) mentre in Italia l’aumento è stato del 23%. Inoltre, per gli anziani sopra i 65 anni (l’aspettativa di vita in Russia è di 67 anni per gli uomini e 77 per le donne), la social card, che viene utilizzata per spostarsi e per altri servizi essenziali, è stata bloccata. A Mosca, la carta è stata sbloccata solo l’8 marzo 2021, quasi un anno dopo il blocco, avvenuto a fine marzo. Una scelta assolutamente discutibile che però le autorità russe hanno ritenuto giusto fare, chiudendo di fatto in casa le categorie più vulnerabili, dato che le pensioni permettono a fatica di arrivare a fine mese. Tutto ciò non è stato fatto arbitrariamente dal governo centrale ma è stata la risposta a un diffuso sentire della popolazione russa di «non stare a impazzire troppo dietro a questo virus» e di tornare a lavorare e guadagnare, come ci riferisce l’inviato dell’ANSA. 

Che il rifiuto dei russi di vaccinarsi non sia un mito lo dimostrano le rilevazioni del “Centro Levada” che si occupa di indagini sociali. I sociologi di questo centro indipendente, e nel novero dei cosiddetti “agenti stranieri”, nella loro analisi condotta in due momenti separati hanno osservato una drastica diminuzione di coloro disposti a fare il vaccino: passati dal 38% del dicembre 2020 al 30% del marzo 2021. Tra le motivazioni predominanti ci sono la necessità di attendere che tutti i test siano stati effettuati e il timore di effetti collaterali ma una buona parte ha dichiarato che non è necessario vaccinarsi contro il covid. 

Altro fattore importante da ricordare è che questo vaccino è totalmente russo: nel senso che è stato prodotto dallo Stato e non da una casa farmaceutica privata. La già citata Gamaleia, esistente dal 1891, lo ha prodotto in collaborazione col Fondo Russo per gli Investimenti Diretti, fondo sovrano guidato da Kirill Dmitriev che si occupa degli accordi di distribuzione in tutto il mondo. Al momento, sono 61 gli Stati che hanno stretto accordi con la Russia, come accuratamente riportato dalla pagina web. Oltre alla caratteristica del nickname e alla presenza su tutti i social, il vaccino Sputnik V ha infatti un sito ufficiale dove vengono riportate tutte le informazioni reperibili sul vaccino, in ben 9 lingue, il che ci riporta al discorso con cui abbiamo aperto: Sputnik V è l’arma russa in una guerra vaccinale oppure è semplicemente osteggiato dai governi occidentali appiattiti su posizioni atlantiste? 

La risposta, come spesso accade, si può trovare solo nello spettro dei grigi, analizzando nel contesto più ampio dei rapporti euro-russi (dato che gli Stati Uniti nemmeno considerano la possibilità di acquistare tale vaccino) che si trovano ai minimi storici dal conflitto in Crimea del 2014. Da un lato c’è la Russia che ripete quanto questo vaccino sia scevro da qualunque implicazione geopolitica e dall’altra un’Europa che ha preso una posizione piuttosto netta, anche se non sempre unanime, nei confronti della Russia. Anche qualora le intenzioni della Russia fossero davvero prive di secondi fini, sarebbe difficile per l’Europa, ormai diffidente, accettare a cuor leggero. Allo stesso modo, ciò che prima è stata chiamata diffidenza può essere letta dalla Russia come un pregiudizio. Inoltre, l’Europa è chiamata a decidere quale atteggiamento vuole adottare nei confronti della potenza che geograficamente le è più vicina e che è la stessa del caso Naval’nyj, del gasdotto Nord Stream 2 e del vaccino efficace al 91%. Conviene tagliare completamente i ponti? Collaborare in campi non politicamente minati come il clima e l’istruzione e la ricerca? Ancora una volta l’Europa è chiamata a scegliere una strategia che possibilmente non la renda succube degli Stati Uniti ma non la obblighi a rinunciare a quei valori che dovrebbero caratterizzarla. 

 

Un compagno di viaggio per l’Europa

Michael Müller, oltre ad essere un po’ l’equivalente tedesco di “Mario Rossi” per quanto riguarda la diffusione del nome, è il sindaco di Berlino, militante nelle fila dell’SPD. Markus Söder è invece il Ministerpräsident del land della Baviera, leader della CSU e papabile candidato cancelliere dell’Union alle prossime elezioni. I due, però, hanno una cosa in comune: entrambi spingono fortemente perché la Germania utilizzi lo Sputnik V per la sua campagna di vaccinazione. Una richiesta che sembra aver trovato accoglienza anche ai piani alti della gestione pandemica tedesca: il ministro della Salute Jens Spahn ha infatti accolto positivamente l’idea di concludere contratti per la fornitura del siero russo, seguito a ruota dalla cancelliera Merkel che si è dichiarata favorevole a un accordo europeo al riguardo, ma disposta anche a seguire «la via tedesca» nel caso in cui questo coordinamento non dovesse andare a buon fine. I primi Länder ad aprire all’utilizzo di Sputnik in Germania erano però stati quelli dell’est del Paese, storicamente più legati a posizioni filo-russe, come la Turingia, la Sassonia (non a caso il Ministerpräsident della Sassonia ha annunciato che la Germania è pronta ad acquistare 30 milioni di dosi quando arriverà l’ok dell’EMA), e la Sassonia-Anhalt. Come afferma Bagnoli, la Germania in passato non si è risparmiata da prese di posizione anche forti contro la Russia – come nel caso dell’ospitalità concessa a Naval’nyj dopo l’avvelenamento – ma non si è mai tirata indietro dal dialogo con Mosca di fronte alla convergenza di reciproci interessi. Basti pensare al già citato caso del Nord Stream 2, progetto che sembra destinato ad essere portato a termine nonostante le pressioni americane. Di fronte ai gravi ritardi della campagna vaccinale europea, gli equilibri geopolitici continentali potrebbero passare in secondo piano rispetto alla possibilità di avere più dosi possibili a disposizione.

Del resto, la possibile svolta tedesca verso il vaccino russo non sarebbe una novità all’interno dell’Unione Europea. Ad aprire le danze era stata l’Ungheria, che già ad inizio febbraio aveva dato l’ok allo Sputnik V senza aspettare il parere dell’EMA, ordinandone 2 milioni di dosi. Più o meno in contemporanea Budapest aveva anche concluso l’acquisto di 5 milioni di dosi del vaccino cinese Sinopharm, con il quale si è vaccinato anche il premier Orbán – mentre è da notare che il ministro degli esteri Péter Szijjártó ha ricevuto lo Sputnik V, una notizia prontamente rilanciata dall’attivissimo account social del vaccino russo. L’istituto di ricerca Nézőpont ha sondato le opinioni degli ungheresi sui vaccini, scoprendo che, dietro ai due vaccini americani Pfizer e Moderna (apprezzati dal 61% e dal 55% della popolazione), i vaccini Sinopharm (50%) e Sputnik V (48%) riscuotono un successo maggiore del siero AstraZeneca (37%). Al 26 aprile, l’Ungheria ha somministrato 5,26 milioni di dosi, piazzandosi al secondo posto nell’Unione Europea dopo Malta per dosi somministrate in rapporto alla popolazione (circa 545 su 1000 abitanti). Una buona campagna vaccinale che sta permettendo di arginare, però, una ondata di contagi senza precedenti: il 31 marzo il Paese ha fatto registrare il record di 302 decessi, un numero piuttosto elevato in proporzione a una popolazione inferiore ai 10 milioni di abitanti. Dopo l’Ungheria, anche altri paesi dell’est hanno dimostrato un interessamento – o più – verso lo Sputnik V. In Repubblica Ceca si è aperto un aspro dibattito che ha portato alla sostituzione del ministro della Salute Jan Blatný, critico verso la possibilità di utilizzare il vaccino russo prima dell’approvazione dell’EMA. Blatný ha pagato una congiuntura che vede schierati in favore dello Sputnik V (e su posizioni piuttosto euroscettiche) sia il primo ministro ceco Andrej Babiš che il presidente Milos Zeman – che ha addirittura definito Blatný «il principale ostacolo alla fornitura di Sputnik V». 

Questo, però, prima che tra Repubblica Ceca e Russia scoppiasse una crisi diplomatica: il 17 aprile Praga ha espulso 18 diplomatici russi sospettati di essere agenti dei servizi segreti, azione alla quale Mosca ha risposto espellendo a sua volta 20 diplomatici cechi. Alla luce di questo, per bocca dello stesso presidente ceco, l’utilizzo di Sputnik V verrà autorizzato solo in caso di carenza di vaccini, altrimenti il Paese ne farà a meno.  Analogamente, in Slovacchia addirittura il primo ministro Igor Matovič è stato costretto alle dimissioni per aver ordinato, all’insaputa della sua coalizione di governo, due milioni di dosi del vaccino russo, definito uno «strumento di guerra ibrida» dall’ex ministro degli Esteri slovacco Korčok. E lo scandalo rischia di aggravarsi: secondo l’agenzia del farmaco slovacca, il vaccino giunto nel Paese il 1 marzo non è lo stesso monitorato da Lancet, e non ci sarebbero quindi gli estremi per autorizzarne la somministrazione. La Russia ha negato, chiedendo inoltre la restituzione delle dosi consegnate; che però attualmente sono ferme in un deposito nella parte orientale del Paese, in attesa dei risultati che emergeranno dalle analisi di un laboratorio ungherese. Infine, anche il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha annunciato di essere in trattativa per l’acquisto di un milione di dosi dello Sputnik V.

In Europa occidentale invece ci si muove con maggiore scetticismo. Il presidente francese Macron ha partecipato ad un vertice con gli omologhi Merkel e Putin che ha avuto al centro il tema dello Sputnik V, ma con la Francia avviata all’autoproduzione con l’obiettivo dell’indipendenza vaccinale nel mirino, il siero russo potrebbe non essere più una priorità. E l’Italia? Seguendo Merkel, anche Draghi a metà marzo sembrava aver aperto alla possibilità di trovare accordi bilaterali con la Russia in mancanza di un coordinamento europeo. Il 26 marzo, però – e va notata, nel mezzo, la partecipazione di Draghi al Consiglio europeo con la presenza di Joe Biden – il premier italiano ha corretto il tiro, affermando che le capacità produttive della Russia sarebbero troppo basse, e in ogni caso l’approvazione dell’EMA non arriverebbe prima di 3 o 4 mesi, quando la campagna vaccinale italiana dovrebbe essere già in fase avanzata. Se è impossibile prevedere i tempi necessari per la procedura di approvazione dell’EMA, riguardo ai volumi di produzione anche Mattia Bagnoli fa notare come la Russia abbia stipulato con la sola India un accordo, da rendere operativo prima dell’estate, per la produzione di 200 milioni di dosi, di gran lunga superiore alle 55 milioni di dosi (di cui il 40% destinato al mercato interno russo) di cui ha parlato il premier italiano. Di nuovo l’account Twitter di Sputnik V assicura, inoltre, di essere in grado di fornire all’UE 50 milioni di dosi nel terzo trimestre del 2021. Intanto, qualcosa si muove in sottofondo: la Campania ha annunciato un accordo per la fornitura di 3,5 milioni di dosi del vaccino russo subordinate all’approvazione dell’EMA, e il presidente del Veneto Zaia ha annunciato di voler lavorare a un accordo simile. Infine, lo Spallanzani sta già testando il vaccino, e la società farmaceutica Adienne sarà la prima a produrre Sputnik V in Europa, nei suoi stabilimenti in provincia di Monza. 

Articolo di Simone Martuscelli e Luca Zucchetti