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Storie di violenze troppo comuni per essere raccontate ma troppo moleste da essere vissute.

Negli scorsi nove mesi, la quantità di interazioni avvenute online si è moltiplicata esponenzialmente, ma a fronte di questo spostamento della vita da offline a online non è avvenuto un adeguato processo di sensibilizzazione collettivo sulle modalità di interazioni tutelanti per chi le intrattiene. I social network sono il posto ideale per poter interagire con un’altra persona senza doversi preoccupare delle conseguenze delle proprie azioni. Per l’appunto, Facebook, come antesignano delle centinaia di piattaforme di messaggistica, ospita fin dalla sua creazione pratiche di violenza all’interno poiché il mondo virtuale è violento esattamente quanto quello reale, se non di più perchè ad oggi non è regolato allo stesso livello e convive con noi per tutto il giorno. A fronte del paradosso per cui viene data la stessa importanza ad un messaggio di un familiare o a quello di uno sconosciuto su Facebook, piattaforme come Messenger e Instagram hanno invece introdotto la inbox “Altri”: una casella che contiene i messaggi ricevuti da persone sconosciute e l’utente deve accettare la richiesta di messa in contatto prima di fruire del messaggio o delle immagini contenute all’interno pur normalizzando i commenti di catcalling tanto da fare fatica a riconoscerli come violenza. 

 

Privacy, libertà, qualità e sicurezza. Sono queste le parole chiave che ricorrono all’interno del blog ufficiale di Telegram, l’applicazione di messaggistica lanciata nel 2013 da Pavel Durov. Nell’aprile del 2020, quando la pandemia ci ha costretto ad affacciarci alla realtà passando da un nuovo tipo di socialità, l’applicazione ha raggiunto 400 milioni di utenti in tutto il mondo. Durov  garantisce a più riprese nel suo blog e nelle interviste, un’esperienza più sicura di altre app attraverso la crittografia end-to-end che rende impossibile intercettare i messaggi. Tuttavia è Durov stesso a dichiarare pubblicamente sul suo canale Telegram che questo tipo di crittografia è assicurata solo alle chat segrete, mentre per le chat tradizionali i server di Telegram hanno accesso alla chiave che permette di de-crittografare le conversazioni. Di fatto, i motivi della duplice strategia non sono chiari. L’utilizzo del Cloud permette invece di salvare tutti i file in rete e non sul singolo dispositivo in uso, garantendo un’ulteriore livello di sicurezza dovuto alla distribuzione transnazionale dei server dell’app che rende più difficile, a causa delle diverse legislazioni, effettuare un eventuale controllo. L’applicazione consente di creare canali che funzionano secondo la logica one-to-many tipica del broadcasting, oltre che gruppi e super-gruppi che possono essere resi privati e ai quali quindi si può accedere solo su invito. Per quanto riguarda la privacy dei singoli utenti, Telegram consente la visualizzazione del proprio numero cellulare solo a chi lo possiede, altrimenti sarà visibile solo il nickname scelto durante il settaggio dell’app. Così nei gruppi, il numero non sarà visibile per i partecipanti che non lo hanno in rubrica. Nel caso in cui un utente non volesse fornire il proprio numero per diverse ragioni, esistono piattaforme online che forniscono un numero fittizio per bypassare le richieste di Telegram. 

È chiaro quindi che Telegram fornisca delle possibilità di connessione interessanti, se non migliori rispetto ad altre, purtroppo però il suo uso non è sempre trasparente. La cronaca racconta sempre più spesso di gruppi e utenti che usano Telegram per scambiare materiale pornografico e pedopornorafico non consensuale, protetti dall’architettura dell’app che opera connivenza con i molestatori. L’Osservatorio permanente di Permesso Negato, una associazione no-profit che fornisce supporto tecnologico e feedback legale alle vittime di pornografia non consensuale, lo scorso novembre ha rilevato “89 gruppi e canali attivi nella condivisione di materiale pornografico non consensuale destinato ad un pubblico italiano”. Il 25 novembre la polizia postale ha chiuso dunque un gruppo con oltre 53.000 iscritti nel quale avveniva la compravendita di materiale pedopornografico e pornografico non consensuale di bambini, adolescenti ed “ex” dei partecipanti dove circolavano messaggi come: “Scambio foto ex per mamma e figlia”.

 

Oltre Telegram ed oltre il Revenge Porn

Quando si parla di molestie online, si tende a farle coincidere con fenomeni di divulgazione illecita di foto intime: il revenge porn da poco approdato nel dibattito pubblico italiano ma, esattamente come le altre forme di violenza online, onnipresente da una decina d’anni. Il sistema di violenze online però è molto esteso, e le possibilità di perpetrarle sembrano aumentare: sono stati rilevati casi di sexting, che consiste nell’invio di immagini non richieste di nudo (ad esempio le fantomatiche dickpics) o di messaggi spinti ai quali i riceventi non hanno però fornito il consenso. Poi vi è il doxing, che consiste nel trovare e diffondere informazioni sensibili della vittima (nome e cognome, indirizzo di casa, numero di telefono), che spesso e volentieri viene contattata da terzi che hanno trovato le relative informazioni online. Al doxing è strettamente legato il cyberstalking in cui la vittima viene spiata con insistenza, riceve messaggi in maniera incessante e invadente, tanto da farla arrivare a temere per la sua incolumità online e non, e a sentirsi privata della libertà. E poi, ancora, il deep fake porn, che consiste nel sovrapporre il volto della vittima a un’immagine pornografica, così da farla apparire come una sua foto (o video) intima, e diffonderla. Per flashing invece si intende la pratica intrinsecamente violenta di mostrare foto di nudo a una persona sconosciuta all’improvviso senza aver preventivamente chiesto il consenso della spettatrice esclusiva. In questo caso la parte violenta non è quella della nudità, che comunque di per sé è un comportamento socialmente accettato solo in alcuni contesti, ma piuttosto quella in cui si sottintende che la donna a cui si sta mostrando in modo esplicito una parte intima sia pronta e contenta di ricevere in esclusiva questa visione.

Attraversare una piattaforma social come Telegram può essere considerato come l’equivalente di entrare in un bar nella vita offline: si entra in contatto con un gruppo di altre persone, per la maggior parte sconosciute, con cui si interagisce per un periodo relativamente breve. La differenza più evidente tra il mondo virtuale e quello reale rimane che in un bar le persone hanno un’identità, sono costrette a mostrare il loro volto. Nonostante le differenze strutturali, ci sono dei punti fermi che accomunano i due universi di socialità: il primo tra tutti è il fatto che sia sempre più difficile creare uno spazio “safe” intendendolo come un luogo dove le persone che lo attraversano siano tutelate sotto tutti i punti di vista. Anche nei casi in cui la violenza non è visiva ma verbale: la parte più violenta dell’azione è la sua presenza su un social di messaggistica che viene aperto spesso nel corso della  giornata, l’invasione di uno spazio personale dove chi è soggetto alle molestie sente di non avere più il controllo, la parte disturbante è intrinseca nella possibilità che qualcuno potesse “raggiungere” una persona a propria insaputa. 

Per quanto riguarda le violenze online, la giurisprudenza italiana le categorizza come diffamazione, illecito trattamento di dati personali, atti persecutori, violenza privata, o interferenze illecite nella vita privata. Eppure, le vittime di molestie online definiscono l’esperienza vissuta come uno “stupro digitale”: accade contro la propria volontà, non si è fornito il consenso, si viene rese vulnerabili e sfruttate. È una vera e propria forma di sexual assault, e dunque sarebbe auspicabile categorizzarla come offesa sessuale anche nella legge italiana. Il fatto che si svolga online, infatti, non toglie nulla alla natura dell’atto. Un report svolto da Clare McGlyyn, Shattering Lives and Myths”, spiega che l’attributo “sessuale” è legato alla modalità in cui viene svolto l’atto, e non al movente. Le ragioni dietro ogni violenza di questo tipo, dunque, non vanno ricondotte al desiderio fisico, bensì a uno ancora più viscerale: quello di esercitare controllo e potere. È stato riscontrato che gli abusers spesso abbiano infatti agito mossi da misoginia, dal sentirsi giustificati e quasi ancora più eccitati dalla mancanza di consenso, dalla gelosia e dal desiderio di punire.

Per scoprire di più su come e perché le persone usano Telegram e per sapere se si sono mai sentite violate nel loro uso dell’applicazione, la redazione di Scomodo Torino ha creato un questionario online circolato principalmente sui social e per circa una settimana. Il sondaggio presentava domande quantitative e qualitative, oltre ad uno spazio bianco per lasciare che le intervistate raccontassero in prima persona la loro esperienza.  Delle intervistate infatti il 54.,6% dichiara di essere state vittime di violenze o su Telegram o su altri social, mentre il 42,2% dichiara di non aver mai subito violenze online. Analizzando però i dati in maniera più approfondita, emerge che non è proprio così: delle ragazze che hanno risposto di NON aver subito violenze infatti, un 15% di loro dichiara nelle domande successive di aver ricevuto dick-pic senza volerlo: “non ho considerato la denuncia perché non sapevo come fare e a chi rivolgermi e soprattutto perché non pensavo fosse violenza”. Irene Thomos stessa afferma che abbia impiegato sei mesi a realizzare che fosse vittima di violenza perché questo tipo di “piccola” violenza è così normalizzata all’interno della nostra società “e io sono una persona sensibile ed educata sul tema”.

Irene Thomos ricopriva, nel momento in cui ha iniziato ad essere bersaglio di violenza sistematica online, il ruolo di rappresentante degli studenti all’Università di Torino. Si tratta di una posizione che l’ha esposta in modo marcato durante il primo periodo della pandemia, quando l’inefficienza della DAD e la scarsa chiarezza comunicativa da parte dell’Università hanno reso necessario un intervento informale da parte delle rappresentanti che si sono organizzate creando gruppi Telegram per lo scambio di libri, per le informazioni sugli esami online e per l’accoglienza matricole. Proprio in questo contesto Irene ha scelto di mettere il suo numero visibile in modo da poter essere un punto di riferimento per coloro che tra gli studenti che avessero bisogno di ulteriori chiarimenti. Quando poi dopo sei mesi di molestie sulla piattaforma si è accorta della portata dell’invasività della situazione ha pensato a qualcosa che purtroppo solo ad una persona attiva dal punto di vista politico all’interno dell’Università poteva venire in mente: il Cug. Ovvero l’organo Unico di Garanzia dell’Università formato da due studenti ed una consigliera di fiducia, l’avvocata Elena Bigotti, che opera con l’obiettivo di raccogliere segnalazioni da parte di docenti, studenti e personale amministrativo come primo punto di ascolto e poi come braccio operativo per prendere provvedimenti sia legali che interni ai processi dell’Università, facendo applicare i codici di condotta. 

 

L’aumento e la minimizzazione che fanno paura

Secondo un sondaggio condotto a febbraio 2020 da World Wide Web Foundation, il 52% delle donne ha subito molestie in rete, l’87% ritiene che il problema stia peggiorando. Eppure, le vittime che decidono di denunciare sono poche. Le motivazioni sono molteplici e coincidono in gran parte con quelle delle vittime di violenza fisica. In primis vi è il timore che le forze dell’ordine non prendano sul serio la situazione, considerando la vittima esagerata e paranoica e sminuendo l’esperienza che ha vissuto, o che, addirittura, facciano victim blaming, cioè che diano loro la colpa per essere stata poco attente, per aver scattato o aver condiviso foto con il partner: finendo per limitare allo stesso modo dei molestatori l’attività di chi si rivolge alla polizia perchè vorrebbe smettere di subirle così come ha rivelato anche il nostro questionario da parte di alcune intervistate: “la maggior parte delle volte non vieni presa in considerazione. Avevo già provato a sporgere denuncia alla polizia postale per un’altra questione… dopo una cattiva esperienza e dopo aver vissuto la totale noncuranza, perdi lo spirito di farti sentire”. Altri motivi derivano dal fatto che, non essendo tutte le modalità di molestie online classificate come offese sessuali, l’anonimato non sempre può essere garantito. Questo ha delle conseguenze: è capitato infatti che rivelando tramite i media l’identità della vittima, questa abbia visto le violenze online nei suoi confronti aumentare. C’è da considerare anche che molte vittime nutrano sfiducia nelle forze dell’ordine e ritengono che non vi siano misure di azione specifiche e mirate che possano aiutarle. Irene Thomos afferma che “la mia molestia non può essere risarcita con una multa: non mi fa sentire né meglio né più sicura e non risolve niente: anche se Filippo finisse in carcere domani, ci sarebbero altri 1000 ragazzi a prendere il suo posto”. Abbiamo la tendenza a minimizzare, o giustificare, le violenze in cui non vi è contatto fisico, perché questi eventi sono talmente consolidati e frequenti all’interno della nostra cultura che diventa difficile discernere cosa sia lecito considerare violenza e cosa no. Ad essere violente sono azioni molto diverse tra loro, ma che fanno riferimento alla stessa matrice di comportamento. Irene ci spinge a riflettere in modo grafico sull’interdipendenza delle violenze: “la piramide della violenza è un grafico che spiega come violenze considerate come più innocue, dove manca il contatto fisico, possano predisporre gli uomini a perpetrare violenze più efferate poiché nessuno problematizza questo genere di azioni. Una violenza minima conduce a una più forte: se la nostra società normalizza e permette le violenze sottili in qualche modo giustifica anche quelle più pesanti come stupro e femminicidio”. Dunque, la base della piramide normalizza la punta.

Prendere coscienza di essere vittime di violenza è un passo grandissimo per conseguenze e potenzialità disturbanti per il sistema. Significa diventare testimoni di un problema endemico, portarlo in giro ogni giorno e farlo parlare. Come si reagisce alla violenza è un aspetto in cui le condizioni soggettive sono determinanti: denunciare o meno è per esempio una scelta che ha molto a che fare con la considerazione che si ha del corpo delle forze dell’ordine e della loro capacità di ascoltare i problemi delle donne e crederle. Punire chi opera violenza può inoltre essere considerato come una soluzione che mitiga gli effetti del problema, ma non lo scardina alla radice.

Articolo di Brigitta Mariuzzo, Irene Lodigiani, Marta Bernardi, Antonino Indelicato.