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“Pazzo per Gesù” e le terapie di conversione omosessuali

Terapie di conversione dall’omosessualità all’eterosessualità tra pseudopsicologia e religione

Un’esclamazione, poi un motivetto: «pazzo sì, pazzo per Gesù» è divenuta una delle tante frasi parodiche stagnanti nel mare magnum di espressioni goliardiche, che la cultura pop ha ingurgitato velocemente. A pronunciare la frase è un ragazzo di nome Alessandro, precedentemente omosessuale, davanti alla platea della più grande istituzione evangelica in Italia, la Chiesa Parola della Grazia di Palermo. Nel suo discorso, Alessandro si rivolge alla sua vecchia identità sessuale come “un’identità di contrabbando, un’identità falsa” che gli aveva dato “Satana” per sopperire alla mancanza del padre nella sua vita. Chiama in causa la questione della scelta, che nel passato lo ha portato a preferire “lo spirito dell’omosessualità”, (come lo chiama lui stesso), alla vita cristiana. Il concetto è chiaro, le modalità con cui vi è arrivato meno. Non sappiamo con certezza come sia giunto a questa rivelazione, la stessa che lo ha portato a immergersi nell’acqua del battesimo per suggellare la sua unione – eterosessuale – con Dio; sappiamo solo che tramite le Sacre Letture e la sua Chiesa di riferimento ha trovato il modo di cambiare, di mettere a tacere la parte di sé non accettata dalla comunità.

 

Il pensiero della Chiesa 

Leggendo il documento elaborato dalla Commissione etica e teologia dell’Alleanza Evangelica Italiana e approvato dal Consiglio Esecutivo Federale l’8 novembre 2003 (testo a cui si fa riferimento ancora adesso), relativo al tema dell’omosessualità, possiamo farci un’idea dell’opinione corrente dell’ambiente in cui gravita il giovane. Viene infatti sottoscritto che “l’omosessualità è una disfunzione relazionale mediante la quale il soggetto omosessuale tende a riduplicare la propria identità sessuale piuttosto che avvicinarsi all’alterità sessuale e affettiva di un diverso da sé”. Nonostante venga ribadito come tutti siano amati e accettati all’interno della comunità, non mancano i riferimenti a una diversa forma di trattamento nei confronti delle persone omosessuali: “C’è bisogno di una comunità cristiana in grado di accompagnare verso la vera maturità tutte le persone che ne fanno parte, una comunità che non “benedica” delle situazioni esistenziali all’insegna del peccato, ma che accompagni tutti i peccatori verso il pentimento, la conversione e la guarigione”.

Conversione e guarigione sono i concetti chiave di un modo di operare tipico della “terapia di conversione”: essa trova fondamento in alcuni episodi riportati nei testi sacri di alcune religioni, ad esempio la Bibbia, che tratteggiano un’essenza riprovevole correlata alle persone omosessuali. Accade nella distruzione di Sodoma (Genesi 19, 1-29) e nelle proibizioni sessuali che il Signore lascia a Mosè (Levitico 18, 1-30): nel primo caso, gli abitanti di Sodoma vogliono abusare sessualmente degli angeli che sono stati accolti nella dimora di Lot, rifiutando la proposta di quest’ultimo di approfittare delle sue figlie vergini; nel secondo caso, tra le nefandezze da scongiurare per volere del Signore, paragonata alle pratiche dell’incesto e della zoofilia, risulta esserci l’omosessualità, definita un vero e proprio “abominio”. Da qui la convinzione che l’orientamento sessuale debba essere uno e uno soltanto, l’eterosessualità, inducendo alcuni gruppi religiosi a proporsi come guide spirituali per la redenzione dei “peccaminosi”, affinché rinuncino alla propria sessualità per la castità e l’esser integri. Un caso noto in Italia è Courage Italia, un apostolato della Chiesa Cattolica, che nel suo sito web offre “accompagnamento spirituale alle persone con attrazione per lo stesso sesso e ai loro cari”. Nel loro manuale troviamo dodici punti, presi in prestito dagli Alcolisti Anonimi. Il primo recita: “abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte all’omosessualità e che le nostre vite erano divenute incontrollabili”. Dopo la mozione votata dal Consiglio comunale di Reggio Emilia nel gennaio 2019, per contrastare tali trattamenti, Courage ha dichiarato di non effettuare terapie di conversione e di far seguire le persone che scelgono liberamente di andare al centro da un sacerdote e non da un medico, che a loro dire è garante di prestazioni totalmente spirituali e non coercitive. 

Nel nostro Paese non esiste ancora alcuna normativa che vieti queste pratiche, nonostante nel 2016 il politico e presidente onorario Arcigay Sergio Lo Giudice avesse presentato un disegno di legge in merito, di fatto mai discusso, che “individua le figure professionali (psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico, assistente sociale, educatore o pedagogista) alle quali è fatto divieto di applicare le suddette terapie di conversione su soggetti minorenni, pena la reclusione fino a due anni e la multa da 10.000 euro a 50.000 euro. Per le professioni che richiedono una speciale abilitazione dallo Stato, la condanna comporta la sospensione dall’esercizio della professione da un minimo di un anno a un massimo di cinque anni”. Inoltre, pur essendo pratiche che vanno contro i principi deontologici della professione dello psicologo, e quindi vietate dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi e dalla Società italiana di psicologia, continuano a essere proposte impunemente. Ma dove cercare per trovare il punto di origine di queste comunità distruttive?

 

Genesi delle terapie di conversione o riparative

Quando nel 1899, davanti a una platea sconvolta, lo psicologo tedesco Albert von Schrenck-Notzing annunciò di avere “curato dall’omosessualità” un uomo con l’ipnosi, nessuno avrebbe immaginato che quell’evento avrebbe inaugurato un fenomeno destinato a rivoluzionare la storia della psicologia del ventesimo secolo.

Psicologi come von Schrenck-Notzing iniziarono infatti a considerare l’omosessualità come una patologia da curare  attraverso una serie di pratiche, per far sì che le persone LGBTQ+ potessero ri-conformarsi alla società “sana”. Sebbene successivamente queste tecniche di “conversione” sarebbero state condannate dalla comunità scientifica stessa, per gran parte del ‘900 lo stigma dell’omosessualità ha attirato a sé una sfilza di pratiche pseudo scientifiche difficili da eliminare. 

La terapia di conversione o riparativa ha vissuto il suo periodo di massimo splendore tra la fine degli anni ’30 del secolo scorso e gli anni ’70, distinguendosi per l’impiego di trattamenti aberranti e degradanti, sia a livello fisico che psichico. Elettroshock, lobotomia e castrazione chimica sono solo alcuni dei “metodi” attraverso i quali la psicologia del tempo sosteneva di poter curare l’omosessualità. Con gli anni, la medicina ha tentato di redimersi condannando le mostruosità compiute in suo nome e, man mano che la comunità LGBTQ+ acquisiva sostegno e visibilità (basti pensare alla risonanza esercitata dai moti di Stonewall, nel 1969 e la cancellazione, da parte dell’OMS nel 1974, dell’omosessualità dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), le sofferenze inflitte a quest’ultima venivano denunciate.

 

Visione nella cultura pop: da American Horror Story a Prayers for Bobby

Si potrebbe pensare, ad anni di distanza, che la banale cattiveria delle terapie riparative appartenga ormai al passato, eppure ci sono realtà e ambienti in cui è ancora presente. Con la denuncia progressiva di queste pratiche, però, l’argomento ha acquisito una rilevanza mediatica sempre maggiore, mentre la cultura pop ha fatto proprie molte delle storie venute alla luce. Un esempio di grande successo in questa declinazione è la serie televisiva American Horror Story: trasmessa dal 2011 e arrivata alla decima stagione, AHS sconvolge per la capacità di smascherare, stagione dopo stagione e in epoche diverse, le contraddizioni e i limiti della società (talvolta spietata) nella quale viviamo. Emblematica in questo senso è la seconda stagione, AHS Asylum, in cui le vicende raccontate toccano decenni diversi, dagli anni ’60 fino ad arrivare ai giorni nostri. Una delle protagoniste della stagione è Lana Winters (interpretata da Sarah Paulson) giornalista che si intrufola nel manicomio di Briarcliff per indagare su un presunto serial killer, lì internato. Inizialmente respinta dalla struttura, Lana ne diventerà rapidamente l’ennesima vittima a causa della sua omosessualità, condizione che le suore di Briarcliff sostengono di poter curare. Lana precipita nell’oblio, costretta a sedute di elettroshock e a terapie riparative che la obbligano a ingerire farmaci che le provocano nausea e vomito ogni qualvolta prova impulsi omoerotici. Un racconto crudo, un pugno allo stomaco che mira dritto alle barbarie delle terapie riparative e alla cecità di una fede che diventa crudele. 

In nome della fede si compie anche la tragedia raccontata in Prayers for Bobby, film del 2009 basato sulla vera storia di Bobby Griffith, adolescente americano che, in seguito alla pressione subita dalla sua famiglia per il suo essere gay, decide di togliersi la vita. Il perno della vicenda è Mary, madre di Bobby, accanita seguace della Chiesa presbiteriana nella cui comunità vive, allevando i suoi figli. La famiglia di Mary, apparentemente perfetta, è sconvolta dall’improvvisa rivelazione dell’omosessualità di Bobby, emersa dopo un suo tentativo di suicidio. Da quel momento l’obiettivo di Mary è chiaro: deve guarire suo figlio dal peccato. Bobby viene portato da uno psichiatra, comincia a pregare più intensamente, impegnandosi in uno stile di vita sano per allontanare la perversione che lo attanaglia e che gli viene continuamente ricordata dalla madre. È proprio Mary, infatti, ad accrescere il senso di colpa provato da Bobby, rimproverandolo di essere troppo femminile e disseminando in giro per casa post-it con citazioni bibliche sul peccato. Questa situazione, oltre a distruggere la famiglia (il padre di Bobby, sebbene non condivida l’omosessualità del figlio, non approva i modi della moglie), intacca la salute mentale di Bobby che, esasperato, si trasferisce in Oregon. È proprio lì, apparentemente libero dalle oppressioni famigliari, che la vergogna e il dolore di Bobby si ingigantiscono. Le parole di disprezzo della madre perseguitano Bobby, spingendolo verso la decisione fatale. La fede, non più conforto e accettazione, diventa suicidio della personalità.

 

Come funzionano le terapie di conversione

Le pratiche di conversione però non si fermano alle preghiere e alle sedute psicanalitiche. Negli Stati Uniti esistono infatti dei veri e propri centri legati a gruppi religiosi che millantano di curare la cosiddetta “malattia ASS” (attrazione per lo stesso sesso). Solo venti Stati degli USA hanno finora bandito le terapie sui minorenni. Si stima che siano più di 700mila gli americani passati per questi centri, con l’unico effetto di aumentare il tasso di depressione e autolesionismo, come evidenziato dall’American Psychiatric Association

I centri di conversione si basano su un forte paternalismo di matrice cristiana che intende “salvare” coloro che sono stati “impossessati dallo spirito dell’omosessualità”. I genitori dei “pazienti”, infatti, spesso indotti dal capo religioso della loro comunità, affidano i figli a strutture simili proprio perché in buona fede, convinti che sia la cosa giusta. “[L’omosessualitá] è curabile, con il suo aiuto [di Dio]” dice la madre del protagonista in “Prayers for Bobby”. Attraverso queste terapie i ragazzi dovrebbero quindi abbandonare Satana, che si presenterebbe attraverso l’omosessualità, per riavvicinarsi a Dio.

Gli educatori dei centri diventano così la guida sotto cui i giovani devono ritrovare la retta via, come nel film del 2018 “La diseducazione di Cameron Post”, in cui l’adolescente Cameron viene internata dai genitori. Spesso reduci dallo stesso percorso, coloro che “curano” mantengono saldo il proprio credo imponendolo agli altri. Si crea quindi una catena difficile da interrompere, un ingranaggio guasto dentro comunità fortemente intrise della stessa ideologia.

Il percorso di “rieducazione” cristiana parte con un contratto per autoimprigionarsi nel centro da parte del paziente, formalmente volontario, ma in realtà spinto da pressioni da parte della famiglia e dal desiderio di accettazione. Subito dopo inizia il percorso di purificazione: così, ad esempio, Cameron Post non può portare nella sua nuova stanza la cassetta della sua band preferita. Anzi, la musica stessa subisce una trasformazione: sono infatti ammesse solo canzoni che rimandino a Dio per neutralizzare la loro potenzialità eversiva. Basta pensare al concerto di rock cristiano a cui Cameron e gli altri ragazzi del centro partecipano.

Gli “specialisti” del centro cercano di curare l’omosessualità come se fosse una vera e propria malattia psichiatrica. Utilizzando una specifica struttura pseudopsicologica, vanno a ricercare nella storia del ragazzo le cause che avrebbero portato all’”ASS”. In “La diseducazione di Cameron Post” è il disegno di un iceberg in cui la parte galleggiante rappresenta l’omosessualità, mentre il giacchio sommerso indica i problemi da cui deriverebbe. Nel film “Boy erased” del 2018 invece si trasforma in un albero genealogico, in cui il protagonista Jared deve ricercare le cause del “peccato” (tra parenti alcolizzati e suicidi in famiglia). 

In un simile contesto non è difficile finire per odiarsi: come ha raccontato un sopravvissuto alla terapia di conversione ad Huffington Post, “il loro obiettivo” è “di farci odiare noi stessi per essere LGBTQ+”. In continua lotta interiore tra il desiderio di accettazione da parte della famiglia e la ricerca della propria felicità, molti ragazzi tentano l’autolesionismo o direttamente il suicidio. Lo studio del 2020 del Trevor Project ha evidenziato infatti che la percentuale di tentato suicidio tra le persone LGBTQ+ che hanno attraversato una terapia di conversione è molto più alta (28%) di quelle che invece non ne sono state sottoposte (12%). 

Le torture psicologiche che la comunità LGBTQ+ vive nei centri di conversione sono vivide e palpabili nei film. In “Boy Erased”, Cameron, un ragazzo nello stesso centro del protagonista Jared, viene pubblicamente umiliato: il direttore del programma organizza un finto funerale dopo aver scoperto il ragazzo masturbarsi in bagno. In tale occasione, sia il direttore che i genitori picchiano con una Bibbia il figlio, che, disperato, poco dopo si toglie la vita. 

Spesso le famiglie si rendono conto troppo tardi della pressione posta al figlio, in seguito al suicidio. Allo stesso modo, la madre di Bobby Griffith inizia a mettere in dubbio le sue credenze religiose solo dopo la morte del ragazzo: l’omosessualità potrebbe non essere un peccato, ma un mero orientamento sessuale? Piena di dubbi, conosce un prete che le mostra le contraddizioni delle Scritture e come non si debbano prendere alla lettera, ma contestualizzare. Come fa notare il prete alla madre di Bobby, perchè dare retta al Levitico quando dice che i rapporti omosessuali sono un “abominio” punibile con la morte se lo stesso testo “continua inoltre dicendo che mangiare frutti di mare è un abominio o mischiare tessuti”?

Così la madre, seppur in ritardo, comprende che il suo Dio “non lo curó, perché non c’era nulla di sbagliato in lui”. Anche la famiglia di Jared, in “Boy Erased”, giunge alla stessa conclusione, accettando l’orientamento sessuale del figlio. 

Ma nella realtà ciò non è scontato. Come i tre amici protagonisti in “La diseducazione di Cameron Post”, molti si trovano davanti ad un bivio: abbandonare la comunità ripartendo da zero oppure autoconvincersi, tentare la strada della “conversione” all’eterosessualità per, eventualmente, vivere una vita conforme alle aspettative altrui.

 

 

Articolo di Elena D’Acunto, Maria Cristina Odierna e Marika Tanzi