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Tre spazi abbandonati che potrebbero cambiare Roma

Gli spazi abbandonati costituiscono un patrimonio nascosto nelle città italiane. Quali di questi potrebbero essere riutilizzati?

L’abbandono e il mancato riutilizzo di uno spazio, a Roma, è un ritornello noto tanto per il centro della Città Eterna quanto per la periferia. Con una crisi nei servizi, nel terzo settore e nell’offerta culturale in atto già prima dell’emergenza coronavirus, la città di Roma potrebbe iniziare a considerare il riutilizzo dei propri spazi abbandonati per aumentare il capitale sociale della città.
Ma da quali partire? Quali sono gli spazi di maggior interesse e perché? Ne abbiamo scelti tre, in tre punti diversi della città.

Stadio Flaminio

Posti a sedere: 30.000
Superficie totale: 21.600 mq
Anno di costruzione: 1959
Anno di abbandono definitivo: 2014

Lo Stadio Flaminio è sorto alla fine degli anni ‘50 sulle ceneri dell’ormai obsoleto Stadio Nazionale, con l’obiettivo di costituire il secondo polo sportivo di Roma, alternativo quindi allo stadio Olimpico. Costruire un impianto sportivo all’avanguardia sulla stessa area occupata dall’antico stadio era una sfida non da poco per l’ingegnere Pier Luigi Nervi e per il figlio Antonio. L’oggi celebre progettista ebbe un ruolo fondamentale nel realizzare la struttura del Palazzetto dello Sport, a poche centinaia di metri di distanza.
Lo Stadio Flaminio, tuttavia, doveva fungere da centro polifunzionale: venne dotato infatti di una piscina 25x10m e di ben cinque palestre. L’impresa di conservare gli oltre 40.000 posti a sedere consentiti dal vecchio stadio fu portata a termine grazie all’escamotage tecnico di inclinare le tribune più del solito, fatto reso possibile dal minor spessore delle stesse. L’area occupata dallo Stadio, oggi, è di circa 21.600 mq, contro gli oltre 30.000 mq dello Stadio Nazionale.
Vari interventi di ristrutturazione ne hanno diminuito col tempo la capienza, portandola a circa 24.000 posti a sedere. Lo Stadio Flaminio manteneva un’attività costante nel corso degli anni, anche se relegato a fasti minori di quelli del non lontano Stadio Olimpico, il secondo stadio più capiente d’Italia.
Lo Stadio non è più utilizzato dal momento in cui la Federazione Italiana di Rugby ha smesso di mostrare interesse nel suo utilizzo, soprattutto in vista dei fallimentari lavori di ristrutturazione, che in teoria dovevano partire dal 2010. È stato definitivamente “svuotato” di tutte le sue attività nel 2014. Da allora è divenuto riparo di fortuna, anche quando è stato rinvenuto il cadavere di un uomo senza fissa dimora all’interno dello stadio.
A settembre 2018 lo Stadio opera Pier Luigi e Antonio Nervi è stato posto sotto tutela con decreto ministeriale, allo “scoccare” dei 70 anni dalla costruzione.

Perché il Flaminio potrebbe cambiare Roma?
Nel 2017 vari dipartimenti dell’università di Roma La Sapienza, Pier Luigi Nervi Project e Do.co.mo.mo Italia (referente italiana dell’International working party for DOcumentation and COnservation of buildings, sites and neighbourhoods of the MOdern MOvement) ottengono dalla Getty Foundation un finanziamento per sviluppare un piano di conservazione dello Stadio. Piano che vedrà anche “indirizzi di riutilizzo”.
La ricchezza rappresentata dal Flaminio è riconosciuta su vari livelli, e la mancanza di incisività nel trovare una soluzione per il riutilizzo multidisciplinare del Flaminio (obiettivo dichiarato anche dall’assessore allo sport Frongia) rimane difficile da comprendere.

Ex Mercati Generali

Anno di costruzione: 1913
Superficie area: 81.000 mq
Proprietà: Gruppo Toti
Anno di abbandono: 2004

Nel 1913 iniziarono i lavori per la realizzazione di un progetto di Emilio Saffi che oggi sorge nel quartiere Ostiense, a sud della città: i Mercati Generali. Si trattava di un centro di scambio alimentare in cui venivano venduti frutta e verdura, carne e pesce; a partire dal 1922, qui i commercianti potevano acquistare i prodotti per poi ridistribuirli facilmente per tutta Roma, grazie alla linea ferrata Roma-Ostia. I Mercati Generali costituivano inoltre il centro del Cottìo: una folcloristica usanza natalizia che prevedeva l’apertura straordinaria, nella notte della vigilia di Natale, per l’asta del pesce fritto. Dal 2004 però questo luogo di scambio brulicante di vita rimane in disuso, col trasferimento ufficiale dei mercati generali nell’area est della città. Immediatamente l’appalto fu al centro di un forte interesse urbanistico e già nel 2005, durante la giunta Veltroni, il gruppo Toti propone il progetto “Città della Gioventù” firmato dall’architetto Rem Koolhaas. La struttura avrebbe ospitato ampli spazi culturali accessibili, come un auditorium e una biblioteca, e una minima area ad uso commerciale con tanto di verde e parcheggi. Il susseguirsi però di problematiche tecniche e politiche, che riguardarono forti speculazioni e fenomeni di corruzione, fecero in modo che ancora oggi gli Ex Mercati Generali rimangono vuoti e il quartiere si ritrova a non poter utilizzare l’ennesimo spazio cittadino.

Perché i Mercati potrebbero cambiare Roma?
Con all’attivo vari tentativi di riqualificazione falliti e numerose controversie sulla natura di questi progetti (come le cause del ritiro della firma da parte di Koolhas o il presunto coinvolgimento del Presidente della Giunta capitolina in un giro di “mazzette” che coinvolgeva tanto Toti quanto Parnasi), l’area dei Mercati Generali è chiaramente tanto problematica quanto d’interesse. La sua posizione e la “rinascita” dell’area di Ostiense-Garbatella (la più densamente popolata fuori dal primo municipio) renderebbero prezioso per la città un suo riutilizzo, ancor più se in chiave pubblica.

 

Città dello Sport di Tor Vergata

Superficie totale dell’area: 600 ettari
Anno di inizio dei lavori: 2007
Anno definitivo di abbandono: 2012
Fondi pubblici stanziati: 201 milioni di euro

Protetto da recinzioni arrugginite e circondato dall’erba, nel quartiere di Tor Vergata a Roma Est, emerge un immenso scheletro di tubi bianchi intrecciati. La sua forma ricorda una pinna di squalo, un predatore vorace ma ormai sazio, senza più nulla da divorare nel vuoto materiale intorno. È la Città dello Sport, progettata da Santiago Calatrava nel 2005 e costruita solo per il 16,25%. Oggi costituisce una delle più grandi opere incompiute della nostra penisola, un “ecomostro” unico, in bilico tra il suo completamento, abbattimento e riqualificazione. L’obiettivo originale del progetto fu stabilito da Palazzo Chigi per ospitare nel 2009 i Campionati Mondiali di nuoto: la struttura prevedeva due palazzetti dello sport, uno per basket e pallavolo e l’altro per il nuoto, sormontati da due vele identiche e circondati da altri impianti, tra cui una piscina olimpionica all’aperto e una pista di atletica. Tuttavia dopo il cambio di location per i campionati di nuoto e il no da parte del governo Monti per ospitare le Olimpiadi del 2020 a Roma, nel 2014 si arriva alla proposta dell’Università di Tor Vergata di trasformare il complesso sportivo nella più grande serra artificiale del mondo, con una spesa di 60 milioni di euro ricavabili dai fondi europei. Ma questo piano di riutilizzo e in seguito anche la proposta della Raggi, di recuperare la struttura come Città della Conoscenza saltano. Il procrastinarsi degli anni, per il suo mai avvenuto completamento, incrementarono i suoi costi ammontando infine a 660 milioni di euro (11 volte superiore alla valutazione iniziale). Ad oggi l’indagine sugli sprechi di denaro pubblico per la realizzazione della Vela (circa 201 milioni) e il processo per corruzione all’ex commissario Angelo Balducci sono stati archiviati, lasciando l’opera incompiuta senza un responsabile. Tra il 2016 e il 2017 la struttura è stata impiegata come location per la serie Suburra e per la commedia Brutti e Cattivi, rafforzando il suo ruolo nell’immaginario comune dei romani, quello di simbolo del titanismo decadente e illusorio delle periferie capitoline.

Perché la Vela potrebbe cambiare Roma?
La firma di Calatrava, in Italia, fa quasi “paura”. Ormai parte del “panorama” (lettaralmente: è ben visibile dallo Zodiaco, nel quadrante quasi opposto di Roma), la “Vela” è tra le “cattedrali nel deserto” più costose della recente storia capitolina. Ciononostante, il fatto che periodicamente delle giunte riprendano l’iniziativa sul progetto fa capire quanto uno spazio del genere, collegato in maniera consona e riadattato ad eventi tanto sportivi quanto culturali e sociali, potrebbe essere una ricchezza per un frangente di città metropolitana che unisce realtà eterogenee.

Articolo di Redazione Roma

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