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La Turchia dei mega appalti: è tutto oro quel che luccica?

08/05/2020

Istanbul e il cemento

Con una posizione geografica strategica, storico punto di incontro tra Asia e Europa, la Turchia è una terra a metà strada fra passato e futuro. İstanbul rappresenta il cuore pulsante del Paese ed è oggi una delle principali mete attrattive turistiche. Moschee ottomane e minareti, volte sontuose e arabeschi, colline verdeggianti che delimitano il confine tra le città e i mari. Questo il paesaggio senza tempo – dai colori ruvidi della terra – che ci si aspetterebbe di trovare camminando per le strade di İstanbul e di Ankara o solcando il Bosforo a bordo di un traghetto.

 

Invece, a spezzare il fascino mediorientale, edifici moderni e progetti architettonici futuristici ridisegnano oggi lo skyline delle principali città turche, İstanbul per prima. Uno stravolgimento urbano non indifferente che ha visto moltiplicarsi nel tempo grattacieli, centri commerciali, complessi residenziali chiusi, ma anche moschee, stadi e quartieri nuovi di zecca, spesso a scapito del verde dei boschi e dei siti storici delle città.

Progetti terminati, altri in costruzione, tutti frutto della mente ambiziosa di Recep Tayyip Erdoğan. Economicamente parlando, un vero e proprio patrimonio. Tanto per quanto riguarda i gli investimenti del governo per finanziare questi “progetti folli”, come ama chiamarli lo stesso leader del partito islamico-conservatore Akp, tanto per quanto riguarda quelli incassati e che si incasseranno probabilmente nel futuro. Progetti folli per davvero, che oltre ad impattare enormemente l’ecosistema urbano, stentano a conciliarsi con la crisi finanziaria che nel 2018 ha investito il Paese della Mezzaluna.

 

Di tutto questo e molto altro parla Giovanna Loccatelli, autrice de L’Oro della Turchia, uscito nelle librerie a gennaio di quest’anno. Loccatelli – giornalista freelance che ha vissuto per quattro anni al Cairo e successivamente per tre in Turchia – nell’intervista rilasciata a Scomodo ci racconta quanto la sua esperienza sul campo abbia gettato le fondamenta per la nascita del libro e più in generale, diremmo noi, per un’analisi schietta e puntuale delle trasformazioni edili e socio-politiche turche. Stare sul campo, infatti, dà la dimensione del cambiamento nel concreto e nel quotidiano, e permette di entrare in contatto con i protagonisti del cambiamento stesso: i cittadini. Perché di pari passo con le demolizioni e le costruzioni frenetiche, ciò a cui si è assistito è stato lo sradicamento degli abitanti di quei luoghi e una progressiva irriverente gentrificazione.

 

«İstanbul è una metropoli moderna la cui identità sta andando scomparendo. Erdoğan, da quando è diventato la figura politica di riferimento, ha reso questa città il biglietto da visita per investitori e per società soprattutto occidentali. Ha abbracciato politiche urbanistiche orientate al mercato, con la volontà di appiattire le diversità sociali, avere più controllo dello spazio e puntare alla privatizzazione nonostante la forte crisi economica. Sono pochi oggi i quartieri rimasti in cui si respira ancora una autentica identità», ci dice Giovanna.

 

I progetti realizzati e gli altri ancora in cantiere sono molti. Tra i più eclatanti c’è sicuramente il nuovo e principale aeroporto inaugurato nell’ottobre 2018, l’İstanbul Yeni Havalimanı (il terzo nella sola İstanbul): “77 milioni di metri quadrati, 53.000 dei quali destinati al “duty free più grande del mondo”, 42 chilometri di nastri bagagli operativi, un parcheggio da 25000 veicoli oltre a un’area residenziale di circa 100000 metri quadrati. L’investimento effettuato ammonterebbe a 29 miliardi di euro per l’intera infrastruttura», scrive la giornalista nel suo libro. Numeri spaventosi, specialmente se si calcola l’enorme impatto ambientale della struttura, non lontana dal Mar Nero, vicina al lago Terkos e alle foreste della zona ormai rase al suolo. Ma lo Yeni Havalimanı non è l’unico.

Un altro progetto megalomane è lo Yavuz Sultan Selim Koprusu, il terzo ponte sul Bosforo chiamato anche il “ponte dei record”: il ponte sospeso più largo del mondo. Un’opera magnificente, ci racconta Loccatelli, da cui si può guardare tutta la metropoli turca, fino a scorgere in lontananza i minareti di Sultanahmet. Una costruzione sicuramente avveniristica, ma anche molto criticata: secondo alcuni giornalisti ed economisti turchi, il ponte è utilizzato da una porzione relativamente esigua della popolazione e «risolverà a malapena il 10 per cento del traffico di İstanbul, soprattutto perché è estremamente lontano dal centro città».

Infine, a completare la top three dei mega progetti, un appalto non ancora realizzato ma fiore all’occhiello del Presidente, il Kanal İstanbul: «Un canale alternativo al Bosforo che dovrebbe collegare il Mar Nero e il Mar di Marmara per un costo di 10 miliardi di dollari. […] La sua realizzazione farebbe diventare una parte di İstanbul un’isola». Così Loccatelli descrive l’opera, spiegandoci inoltre quanto la realizzazione di tale progetto – totalmente devastante dal punto di vista ecosistemico (İstanbul un’isola) – sia oggi a rischio. L’altro lato della medaglia stambuliota, infatti, è rappresentato dal principale partito d’opposizione, il Chp (Partito Popolare Repubblicano) del due-volte-sindaco Ekrem İmamoğlu, particolarmente attento e sensibile alla questione ambientale e al rispetto del territorio e dei suoi abitanti tutti. Sin dalle primissime conferenze stampa e in seguito nei mesi a venire, infatti, İmamoğlu ha dichiarato che la sua attenzione si sarebbe indirizzata principalmente alla tutela dell’integrità dei territori, con un programma atto a bloccare i processi di disboscamento e cementificazione in corso. Inoltre, si sarebbe impegnato a limitare la progressiva separazione di cittadini dai loro ambienti naturali, e la conseguente compromissione dell’identità e dell’ecosistema di questi ultimi. Insomma: una salvaguardia dello spazio verde e di quello urbano nonché dei suoi abitanti – partendo, però, innanzitutto dal basso, dalle fasce ultime e più deboli. Decisamente in contrasto con le policy del governo centrale.

 

La nuova Turchia: tra roccaforti del benessere e Islam

E’ chiaro dunque che tra le intenzioni di Recep Tayyip Erdoğan c’è quella di rendere la Turchia – la Nuova Turchia (Yeni Türkiye) – una potenza economica e una meta appetibile a livello mondiale.Tutto ciò che il leader conservatore sta mettendo in atto fa, al contempo, strategicamente leva sui sentimenti nazionalistici e religiosi dei turchi, elettori e non.

Il Paese ha storicamente una fortissima impronta religiosa, l’Islam è professato dal 99% della popolazione e Erdoğan nella sua ascesa ha saputo conciliare molto bene propaganda politica e strumentalizzazione religiosa. «Molti sostenitori di Erdoğan apprezzano che lui abbia realizzato una città moderna che al contempo non ha perso di vista i valori tradizionali di riferimento religiosi. Il leader, infatti, ha fatto costruire numerose altre moschee anche in luoghi in cui non ce ne era bisogno, come ad esempio in Piazza Taksim – continua a spiegarci la giornalista -. Per ogni nuova moschea che si costruisce si lancia un messaggio propagandistico chiaro: l’Islam è anche qui», Erdoğan è anche qui.

Ma cittadini conservatori a parte, nel corso degli anni il leader turco è riuscito a guadagnarsi il benestare anche di una parte della popolazione più ‘europea’ e liberale puntando sulla finanza e sull’apertura dei mercati, con politiche solcate già da suoi predecessori, come il liberista Turgut Özal – ex Presidente della Repubblica turca e primo fra tutti a spingere quel processo di globalizzazione che poi esploderà proprio con Recep Tayyip Erdoğan.

 

Ne L’Oro della Turchia, inoltre, Giovanna Loccatelli analizza come queste politiche sfrenate sul territorio abbiano avuto tre effetti, concatenati l’uno con l’altro e estremamente visibili soprattutto nella capitale economica: la segregazione sociale, la frammentazione spaziale e un allargamento significativo del divario tra ricchi e poveri. Questa “modernizzazione coatta” ha portato dunque ad un aumento delle disuguaglianze tra la popolazione su base economica, sociale e culturale, nonché alla costruzione di centinaia di centri commerciali e shopping mall. Questi ultimi, situati in larga parte all’interno di grattacieli, scremano automaticamente i cittadini che li frequentano creando una nuova barriera, non più fisica, ma psicologica: i nuovi mall aprono le porte a tutti, ma garantiscono la vetta a pochi. Come ai turchi bianchi, ad esempio, i cosiddetti Beyaz Türkler ai quali la giornalista dedica un intero capitolo del libro: un gruppo di popolazione eterogeneo, fluido e non categorizzabile politicamente, che si identifica in uno stile di vita elevato, edonistico e quasi distaccato dagli intoppi della realtà-altra, quella che non tocca loro in primo piano.

 

Tanto queste “roccaforti del benessere”, dunque, quanto i distretti e i quartieri veri e propri sono, oramai, i protagonisti del cambiamento erdoganiano. Il fenomeno della gentrificazione ha spopolato luoghi pulsanti delle città, riqualificandoli (non necessariamente in chiave positiva) e dando loro un nuovo significato. Questo è successo ad esempio nel distretto di Beyoğlu, da sempre melting pot di lingue e culture nel cuore europeo di İstanbul e primo approdo dei turisti – oggi nel pieno della trasformazione. Giovanna Loccatelli scrive nel libro che «Molti luoghi pubblici, teatro in passato di incontri e interazione tra i cittadini, hanno cambiato connotazione o sono stati demoliti. […] La volontà è quella di appiattire le diversità sociali, avere più controllo dello spazio pubblico e puntare alla privatizzazione. I cambiamenti hanno trovato ampia resistenza tra i residenti locali».

 

Perché nonostante i luoghi stentino a resistere tra i cantieri e le gru, gli abitanti locali non lasciano sopire i loro sentimenti di dissenso. Basti ricordare le proteste del 2013 di Gezi Park, nella centralissima Piazza Taksim, scoppiate per manifestare contro l’ennesimo progetto di centro commerciale al posto del parco; oppure le contestazioni del 2019 a suon di slogan come “rivogliamo la libertà”, dopo che Erdoğan decise di far ripetere le elezioni perse, per un soffio, contro il suo avversario politico del Chp.

Intanto, oggi, i cantieri della Mezzaluna sono in una fase di sospensione. I casi di Covid-19 si sono moltiplicati rapidamente tanto che le terapie intensive del Paese erano già piene nelle primissime settimane di contagio. Il lockdown impatterà inevitabilmente l’economia turca, già provata dalla crisi finanziaria in atto, e probabilmente non mancherà di acuire i divari sociali già esistenti.

Alla fine Piazza Taksim non ha resistito, adesso – con la sola eccezione di Gezi Park – è una colata di cemento.

Recep Tayyip Erdoğan ha indubbiamente vinto la sua rivoluzione urbana ed è ancora il politico più popolare nel paese della Mezzaluna.

Ma una battuta d’arresto l’ha avuta: vedere sia Ankara, ma soprattutto İstanbul, evidentemente stanche e provate dalle disuguaglianze, dalla mancanza di verde e dalla crisi lavorativa, abbracciare il cambio di rotta del sindaco Ekrem İmamoğlu, eletto alle ultime amministrative del giugno 2019.

Si apre così un nuovo scenario in cui Recep Tayyp dovrà rivedere le sue strategie per salvaguardare l’oro della Turchia: un patrimonio simbolicamente grigio come il ferro, che solo il tempo potrà dirci se sarà destinato a svalutarsi oppure no.

 

 

Articolo di Francesca Asia Cinone 

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