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La Turchia di Erdogan nel limbo del conflitto

03/04/2022

L’aggressione russa all’Ucraina e l’intensificarsi del conflitto, nelle ultime settimane, hanno messo Recep Tayyip Erdogan in una situazione molto scomoda. Prendere posizione significherebbe compromettere i grandi progetti turchi di riacquisire una certa egemonia all’interno di un ordine internazionale fortemente instabile. La Turchia intrattiene da anni relazioni bilaterali con entrambi i Paesi, così che il presidente turco si trova quasi costretto ad auto cucirsi il difficile ruolo di mediatore.

Il dilemma della Turchia

Il legame tra Erdogan e Putin e l’acquisto dei sistemi antimissile russi S400 hanno complicato i rapporti – già burrascosi – tra la Nato e la Turchia negli ultimi anni. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, però, il presidente turco ha dichiarato la volontà di voler seguire la linea dell’alleanza atlantica chiedendo misure più decise, per poi far cadere nel vuoto le sue affermazioni non partecipando al vertice d’emergenza della Nato. In aggiunta, la Turchia si è astenuta nel voto sulla sospensione della Russia dal Consiglio d’Europa e vive un forte dilemma dovuto anche a valutazioni di natura economica: la lira turca, infatti,  nel primo giorno d’invasione è crollata più del rublo.

I legami con l’Ucraina

L’asse con Kiev è uno dei punti di snodo cardine della politica di Erdogan, volta a conquistare un’autonomia strategica dagli Stati Uniti. Nel 2020 la Turchia è diventato uno dei principali paesi ad investire in Ucraina in larga scala: dalla telefonia alle infrastrutture fino alla logistica. Turkcell per esempio detiene Lifecell, la terza compagnia ucraina per dimensioni. Sul piano infrastrutturale, molto caro ad Erdogan, numerose imprese di costruzione turche hanno realizzato oltre 200 progetti nel paese tra cui la celebre ricostruzione dell’austostrada Kiev-Odessa. A rendere importante quest’opera la sua forte connotazione geopolitica, dal momento che permette ad Ankara di inglobare l’Ucraina nel progetto delle vie turche della seta attraverso i collegmaneti tra i porti del Mar Nero. Una cooperazione di carattere commerciale che va ad arricchire quella nel settore turistico, gli ucraini sono i terzi turisti – dopo russi e tedeschi – più numerosi in Turchia, e non di meno una cooperazione militare. Nel 2019 Kiev ha acquistato ben 12 droni da combattimento anatolici, gli Bayraktar Tb2, promettendo di aggiungerci 24 velivoli senza pilota. I Tb2 sono gli stessi che hanno aumentato il potere di deterrenza ucraino nei confronti dei separatisti del Donbass e che hanno neutralizzato in parte diversi assetti militari russi durante i primi giorni del conflitto. La stessa Ucraina ha poi venduto alla Turchia i missili terra-aria S-125, passaggio rilevante vista la nota debolezza turca nell’ambito della difesa aerea. Sintomo di una relazione su più fronti anche la provenienza ucraina del 18% del grano turco.

I legami con la Russia

Simili politiche autoritarie, continue violazioni dei diritti umani e una costante neutralizzazione dell’opposizione politica: oltre alla nota relazione personale tra Erdoğan e il suo omologo russo Putin, anche la cooperazione tra Turchia e Russia si è espansa a macchia d’olio su più settori. Il primo, e più importante, è quello dell’energia, e nello specifico del gas naturale. Con più del 33% degli approvvigionamenti di gas, la Russia è il primo fornitore della Turchia, nonostante negli anni la quota russa si sia man mano attenuata (era del 60% nel 2011) in seguito alla politica di diversificazione energetica intrapresa da Ankara e all’arrivo sul mercato turco del gas dall’Azerbaigian. Il gas russo, che giunge in territorio turco attraverso due gasdotti sottomarini nel Mar Nero (il Blue Stream, inaugurato nel 2003, e tra l’altro costruito dalla joint venture al 50% della russa Gazprom e al 50% dell’italiana Eni, e il TurkStream, in funzione dal 2020), garantisce dei flussi costanti mai interrotti neanche nelle fasi più turbolenti delle relazioni bilaterali, come accaduto ad ottobre 2015 successivamente all’abbattimento di un jet russo in Siria da parte delle forze turche.

La cooperazione di carattere energetico comprende anche quella nucleare: la società russa Rosatom sta sviluppando nell’Anatolia meridionale la prima centrale nucleare turca,  che dovrebbe produrre circa il 10% del fabbisogno di elettricità del paese a partire dal 2025. L’attuale posizione ibrida di Erdogan nel conflitto è dovuta molto anche a questo progetto, indispensabile dato che nel paese le bollette dell’elettricità sono già raddoppiate o triplicate e l’anno prossimo ci saranno le elezioni.

Oltre al settore energetico spicca il settore agro-alimentare: il 66% delle importazioni turche di grano hanno origini russe.

Un altro flusso costante proveniente dalla Russia è quello dei visitatori, rappresentanti una considerevole fetta del settore turistico in Turchia. Nel periodo pre-pandemico, i russi rappresentavano la parte di turisti più numerosa in Turchia, circa 7 milioni, ovvero il 18% del totale, mentre una stima del 2021 conta la presenza di circa 4,5 milioni di turisti russi. A far più discutere però, anche in tempo di quiete è stata la cooperazione nel settore della difesa: nel 2019 Ankara ha acquistato il sistema di difesa missilistico russo S-400, pagato però a caro prezzo dalla Turchia, membro Nato, con l’espulsione dal programma di sviluppo degli F-35 insieme ad un pacchetto di sanzioni statunitensi. Per di più, come in passato, anche in questa crisi Ankara non ha aderito alle sanzioni statunitensi ed europee.

D’altro canto, alla forte collaborazione tra Turchia e Russia si oppone un vettore contrario che le vede in forte competizione in diversi teatri di crisi, in particolare in Siria e Libia dove i due paesi si trovano su fronti opposti. Entrambe cercano di posizionarsi, provando ad evitare scontri diretti, per rimarcare la loro rispettiva influenza.

La questione del Bosforo

Un tema tornato centrale nel dibattito pubblico è quello della Convenzione di Montreux che dal 1936 regolamenta l’accesso agli stretti del Bosforo e i Dardanelli. Infatti, dopo aver riconosciuto l’invasione russa come una vera e propria guerra, il governo turco si è appellato alla totale applicazione di tale convenzione. Nonostante le numerose sollecitazioni del premier ucraino Zelensky che chiedeva di impedire l’accesso agli stretti alle navi militari russe, Ankara ha richiamato l’art.19 n.5 della Convenzione che considera la realtà di un conflitto in Mar Nero. Tale articolo nega l’accesso agli stretti alle navi delle parti belligeranti, permane però il loro diritto di transito per ritornare alle basi nel Mar Nero. Reazione prevedibile quella di Ankara, che si trova costretta a dover equilibrare numerosi interessi diversi, inclusi quelli della Nato. Inoltre, l’approccio soft di Erdogan è dovuto anche al suo progetto di costruzione del canale di Istanbul, parallelo al Bosforo (ne avevamo parlato qui) – che violerebbe la stessa Convenzione di Montreux – ed è sempre più visto come un tentativo di aggirare gli accordi del 1936 a danno della Russia, diventando sempre di più la padrona di tutte le vie del Mar Nero. I mega progetti infrastrutturali dell’era targata Erdogan, infatti sono stati fondamentali per i risultati elettorali del suo partito AKP  da quando è salito al potere per la prima volta nel 2002. Al canale di Istanbul si aggiunge il nuovo aeroporto di Istanbul, tunnel ferroviari e stradali sotto lo stretto del Bosforo. La strategia bifronte del premier turco è anche nell’ottica delle elezioni nazionali previste per il 2023, i sondaggi d’opinione hanno mostrato un calo della popolarità sua e del sup partito AKP, aumentando le possibilità  dell’opposizione di incalzarlo.

La mediazione della Turchia

Il Governo di Ankara, attraverso il  ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu, ha da subito condannato sia la decisione di riconoscere come indipendenti le due repubbliche separatiste del Donbass, nell’Ucraina orientale, sia l’invasione dei giorni successivi. Già la visita di Erdogan a Kiev ad inizio febbraio, nel pieno della crisi prima dell’invasione russa, aveva fatto intendere la volontà di auto-investitura del ruolo di mediatore tra due suoi partner imprescindibili. La mediazione turca – dopo una prima fase di difficoltà – ha alcune date chiave: il 16 marzo, Lavrov ha incontrato a Mosca il suo omologo turco Çavuşoğlu, un meeting di caratteri informativo sugli sviluppi “dell’operazione militare speciale” in Ucraina, ma anche l’occasione per discutere di Siria e Caucaso. Il giorno seguente, il 17 marzo, invece Çavuşoğlu è stato a Kiev per ascoltare anche la controparte. Qualche giorno prima, al forum di Antalya, si è svolto l’incontro tra i ministri degli Esteri russo e ucraino, che ad oggi resta il vertice di massimo livello tra le delegazioni dei due stati in guerra. Una data che probabilmente segna una leggera svolta nel conflitto è quella del 29 marzo: ad Istanbul sono ripartiti i colloqui di pace tra le due delegazioni. Uno dei negoziati più proficui al momento, che vede l’Ucraina favorevole alla neutralità con un accordo di sicurezza internazionale e allo stesso tempo la volontà della Russia di ridurre l’attività militare su Kiev. L’incontro tra le delegazioni è stato preceduto da un colloquio dei diversi rappresentanti con il presidente turco Erdogan che ci ha tenuto a definire “Putin e Zelensky due amici preziosi” sottolineando le sue preoccupazioni per il protrarsi del conflitto. La Turchia, infatti, ha tutto da perdere dal conflitto tra Russia e Ucraina, è in ballo la sicurezza e la stabilità delle forze nel Mar Nero, area molto vulnerabile nella storia delle relazioni bilaterali turco-russe. In ottica turca, l’Ucraina rappresenta un bacino di contenimento all’influenza e alla pressione russa nella regione del Mar Nero, proprio per ciò la Turchia non ha riconosciuto l’annessione russa della Crimea nel 2014. 

Articolo di Andrea Carcuro