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Una lettera sul “revenge porn”

Cara lettrice e caro lettore,

a scrivere questa lettera sono una redattrice e due redattori di Scomodo.

 

In questi giorni abbiamo molto discusso del vaso di Pandora dei gruppi Telegram, scoperchiato da Wired nell’inchiesta pubblicata il 3 aprile. Abbiamo riflettuto sull’accaduto, ma più in generale ci siamo interrogati, leggendo alcuni degli interventi e degli articoli usciti sul tema, su quale fosse la motivazione che vedeva nuovamente il dibattito soltanto racchiuso all’interno di un certo nucleo di discussione, a maggioranza nettamente femminile.

 

Dalle chat del “più grande network italiano di revenge porn”, infatti, emerge come a condividere e scambiare senza consenso foto e video siano non solo ex ragazzi delusi dalle relazioni finite male. Il gruppo in questione è stato alimentato allo stesso modo da amici, fratelli, padri.

Il termine “revenge porn” forse non è quindi il più adeguato, dal momento che l’accezione del termine legata allo spirito di vendetta e umiliazione della vittima non è più centrale all’interno di questa assurda dinamica di scambio e condivisione. Non esistendo però al momento una linguistica adeguata per descrivere questo fenomeno, ci limiteremo ad utilizzare il termine tra virgolette.

 

I gruppi di Telegram di questo tipo contano decine di migliaia di partecipanti, che senza dubbio non hanno tutti lo stesso obiettivo di infliggere pene alle vittime. E dunque è come se si potessero distinguere due categorie di membri. Una prima categoria corrisponderebbe alla componente più sadica, quella che agirebbe perché mossa da vendetta, odio o anche soltanto perversione. Sono loro a condividere materiali riguardanti persino figlie o mogli. Una seconda categoria sarebbe invece composta da tutti coloro che si servono dei video per assecondare “valori” come la complicità all’interno di un gruppo di amici, affermare la propria mascolinità e superiorità nei confronti dell’universo femminile, o più banalmente per puro piacere. Le analisi dei trend confermano infatti che il porno amatoriale è di gran lunga preferito rispetto a quello che vede coinvolti gli attori professionisti (abbiamo trattato l’argomento in una sezione di Scomodo n°23 – Presente 2019).

Ciò ci spinge a porci degli interrogativi sul ruolo specifico svolto da queste due categorie di membri: quale delle due manda avanti il sistema e con chi di loro si dovrebbe cercare di instaurare un dialogo?

 

L’ipotetica suddivisione dei membri in queste due categorie ci ha ricordato la teoria di Hannah Arendt che vede una scissione del male in due parti: il male radicale e il male banale. Lo spazio che si interpone tra la sorgente del male radicale e l’esecuzione della pena viene colmato dal male banale. Il male banale è ciò che rende quello radicale possibile e ciò che contribuisce in maniera decisiva al compimento di crimini orrendi, nonché la discriminazione sistematica di un gruppo. Che, in questo caso, è il genere femminile.

E quindi, forse, nel caso dei gruppi Telegram è forse possibile effettuare una scissione dei partecipanti in due direzioni simili: i “mandanti del male radicale” sarebbero coloro che condividono (e incoraggiano a mandare) foto e video nei gruppi, mentre i complici del male banale quelli che fanno girare il materiale. I mandanti del male radicale sono in proporzione molti meno dei propri complici, che chiameremo “complici banali”.

Eppure il fatto di non conoscere il volto della vittima, di non aver alcun legame affettivo con essa, unito a quell’istinto infantile di confessare un segreto quando dovremmo tacere, dà l’autorizzazione a procedere nella condivisione successiva del video o della foto. Se i gruppi di Telegram fossero popolati di carnefici che condividono materiale, ma privi di quei complici banali che lo fanno girare, l’effetto di condivisione a cascata del “revenge porn” svanirebbe.

 

Un altro tassello piuttosto controverso delle teorie della Arendt riguarda la composizione della giuria che giudicava i burocrati del Terzo Reich. Lei sosteneva che il tribunale dovesse essere composto da magistrati e giudici della comunità internazionale e non da soli ebrei, perché i crimini attuati contro i giudei andavano considerati Crimini contro l’Umanità e non crimini contro una popolazione specifica.

Questo ci fa riflettere sulla composizione della giuria che si sta scagliando contro il “revenge porn”, una giuria composta al 99% di sole donne. E questo è forse uno dei punti più critici della vicenda, il cortocircuito all’interno della lotta contro il “revenge porn” è il fatto che questa giuria composta in maggioranza da donne sta faticando a coinvolgere gli uomini nel dibattito, quando sarebbe più che altro ai complici banali che bisognerebbe riuscire a parlare, e non ad altre donne.

Un oceano di uomini non ha mai ascoltato o preso parte a questo tipo di dibattiti e continuano a non ascoltare e non partecipare. Questo forse rappresenta il tassello chiave sul quale andrebbe svolta una riflessione profonda.

 

Se la discussione di queste problematiche è ancora racchiusa all’interno di un nucleo specifico, di una bolla sociale che vede queste dinamiche come proprie, che si sente soggetto debole e ferito da una sorta di aggressore che sta al di là del muro, forse serve un ripensamento delle modalità con cui queste discussioni vengono portate avanti. Molte delle espressioni utilizzate dall’universo femminista e dalle realtà che lottano in questo senso non attecchiscono sugli uomini e di conseguenza non producono effetti positivi. Anzi, spesso infastidiscono, generando una reazione opposta a quella desiderata. Questo non significa che i concetti portati avanti siano sbagliati, anzi: sono il risultato di un’evoluzione lunga un secolo, e che hanno portato una consapevolezza di genere profonda e via via sempre più radicata, nonostante i tentativi di “normalizzazione” e rivisitazione impropria e commerciale della lotta.

Significa però che esiste con tutta probabilità, anche a distanza di anni di lotte, un ostacolo nel linguaggio e nella retorica che si utilizza, qualcosa che non sta riuscendo a coinvolgere gli uomini. Sono più che mai quindi urgenti una riflessione e un approfondimento su come poter rendere realmente tutti partecipi attivamente di un cambiamento in questa direzione.

Questo perché la ricerca spasmodica di un colpevole, di una parte buona e di una cattiva, della vittima e del carnefice, l’ennesima polarizzazione della società su due differenti fronti “nemici” non può davvero portare ad alcuna forma di cambiamento. Serve sicuramente maggiore consapevolezza: le riflessioni e le decostruzioni degli stereotipi di genere che i femminismi hanno fatto sono fondamentali e necessarie. Così come lo sarebbe una riflessione da parte del genere maschile su questi schemi riguardanti la violenza e il possesso, connotati frequenti e quasi sempre causa di episodi come quello di cui siamo recentemente venuti a conoscenza.

 

Forse serve prima di tutto ripartire dal principio, dalle scuole e dall’educazione, per costruire un nuovo orizzonte in cui si possa crescere senza tutte le sovrastrutture di tabù, segretezza e vergogna che permeano ancora spesso argomenti relativi a sessualità e corpi. Sono necessari nuovi strumenti che permettano fin da giovani di comprendere e affrontare questi temi nella maniera il più diretta possibile, affinché si possano generare rapporti sani con i propri desideri e la propria sessualità, ma soprattutto rapporti di rispetto e parità nel confronto con gli altri, e non di violenza e sopraffazione. Serve smettere di perdonare e incoraggiare atteggiamenti linguistici che rimandano all’immaginario dello stupro.

Può essere questo il punto di partenza per un nuovo paradigma? E’ possibile iniziare a considerare il “revenge porn” e tutti gli altri abusi e ingiustizie come violenze inflitte alle donne sì, ma in quanto esseri umani? Si può insegnare ai bambini che la violenza per motivi razziali va combattuta con la stessa forza di quella dettata da motivi di genere, perché entrambe riconducibili al contesto più ampio della violenza contro il genere umano?

Se le risposte a queste domande sono incerte, una cosa è sicura: c’è molta strada da fare.

In conclusione, una nota secondo noi positiva (per modo di dire). Lo scandalo dei gruppi Telegram e del “revenge porn” in Italia è venuto fuori in un momento particolare della storia dell’umanità. Forse nemmeno le due guerre mondiali hanno dato una prova tanto lampante di come tutti gli esseri umani fossero altamente interconnessi e coinvolti in un unico processo evolutivo. Sembra così banale dirlo oggi, eppure pare essere ancora un concetto poco assimilato.

 

I problemi di ognuno sono i problemi di tutti.

Anche il “revenge porn” lo è.

 

Articolo di Arianna Preite, Emilio Lucchetti e Pietro Forti

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