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Una nuova nakba in palestina

Per la Palestina il 2020 rischia di diventare una nuova nakba, ovvero una catastrofe come quella del 1948, quando la creazione dello stato di Israele portò all’allontanamento dei cittadini palestinesi dai villaggi passati sotto il controllo dello stato ebraico. Se da un lato l’emergenza Covid-19 ha fortemente inciso sui territori della Cisgiordania (West Bank) e della Striscia di Gaza, peggiorando la già grave condizione politica, economica e sociale, per il popolo palestinese si prospetta un periodo di forti tensioni politiche con Tel Aviv. Il governo di coalizione, nato grazie all’accordo tra Benjamin Netanyahu e Benny Gantz, dopo un anno di stallo politico e due infruttuosi round elettorali, ha come punto fermo il completamento dell’opera di annessione di alcuni territori collocati nel West Bank. Tutto ciò si inserisce poi nel contesto gravissimo dell’emergenza Covid-19. Dopo alcuni mesi di relativa tranquillità, in cui il virus sembrava essere stato contenuto sia a Gaza che in Cisgiordania, tra metà giugno e inizio luglio i casi totali si sono moltiplicati di otto volte. A seguito di questi fatti, le condizioni di vita della popolazione sono drammaticamente peggiorate. Un sistema sanitario a pezzi e una struttura economica fortemente colpita dal lockdown stanno poi facendo il resto.

 

L’accordo del secolo e il sostegno americano

 

Presentato in una conferenza stampa alla Casa Bianca il 28 gennaio 2020 dal Presidente USA Donald Trump, affiancato da Netanyahu, all’epoca Primo Ministro ad-interim del governo di transizione, il Peace to Prosperity Plan propone una soluzione al conflitto israelo-palestinese. Sin da subito, l’accordo del secolo, come è stato soprannominato dalla stessa amministrazione americana, ha ricevuto le critiche di moltissimi attori, regionali e non. Il governo di Tel Aviv ha indicato il 1 luglio scorso come data d’inizio del processo di annessione, momento in cui sarebbero iniziate le operazioni che porterebbero all’inclusione formale, all’interno del territorio dello stato di Israele, del 30% dei territori della Cisgiordania. Oggi questi territori sono considerati “illegalmente occupati” dalla comunità internazionale, visto che, sebbene si trovino in territorio palestinese, ospitano colonie ebraiche. Il piano prevede anche l’annessione della Valle del Giordano, al confine tra il West Bank e la Giordania. Nella pratica, “il piano di annessione non è altro che la prosecuzione di ciò che va avanti da anni. Verrà data una base legale su cui poter perpetuare questi atti di occupazione e espropri ai danni della popolazione palestinese” racconta Daniele Lodola, che in Palestina ha vissuto e lavorato per due anni e che oggi è Head of Fundraising & International Partnership Department di ActionAid – organizzazione che lavora in Palestina dal 2007 e vanta un forte radicamento nelle comunità dell’Area C, oltre che una lunga esperienza in progetti di sostegno a donne e giovani del luogo.

 

Frutto del rapporto di forte collaborazione e comunione di intenti sviluppatosi tra Washington e Tel Aviv in seguito alla vittoria alle elezioni presidenziale del 2016 di Donald Trump, l’accordo del secolo si è mostrato, sin dalla conferenza stampa di presentazione organizzata a Washington, fortemente discriminatorio nei confronti dei palestinesi. Basti pensare che nessun esponente palestinese era presente alla Casa Bianca il giorno della presentazione del piano, ricevendo sin da subito le critiche unanimi del mondo arabo e musulmano. 

 

Analizzando nel dettaglio in cosa consiste la proposta americana volta a risolvere un conflitto che perdura da oltre settant’anni, emerge in primo luogo come Israele manterrebbe la sovranità sui territori occupati della Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Gerusalemme verrebbe poi dichiarata capitale indivisibile dello stato di Israele e si dovrebbe procedere all’annessione della fertile area chiamata Valle del Giordano, al confine con la Giordania. 

 

“Il piano così com’è si caratterizza per essere fortemente iniquo, dal momento che comporterebbe lo smembramento del futuro stato palestinese, al quale mancherebbe continuità territoriale” spiega a Scomodo Giuseppe Dentice, ricercatore associato al programma Medio Oriente dell’ISPI. In cambio, i palestinesi dovrebbero ottenere, sempre secondo la proposta dell’amministrazione americana, la nascita di uno stato autonomo, privato però di circa il 40% dell’attuale territorio. Per ovviare al problema della discontinuità territoriale, si procederà alla costruzione di ingenti infrastrutture, come ponti e tunnel sotterranei, che collegherebbero le varie zone amministrate dal nuovo stato palestinese.

 

Viste le devastanti conseguenze che l’attuazione del piano avrebbe sulla stabilità della regione, Netanyahu conta, e al tempo stesso necessita, del supporto americano per poter procedere con l’annessione dei territori. Il sopraggiungere delle elezioni per la presidenza americana, in programma a novembre 2020, crea tuttavia un interrogativo sulle reali possibilità di implementazione del piano nel breve periodo. Un’eventuale sconfitta di Donald Trump potrebbe cambiare le carte in tavola. “Non è tuttavia detto che Biden, qualora dovesse essere eletto Presidente, decida di stravolgere il quadro politico definito dal suo predecessore. I democratici americani non hanno infatti una reale alternativa da proporre alle controparti israeliane e palestinesi, e potrebbe far comodo accusare i repubblicani di aver partorito un piano insostenibile e fallimentare nel futuro” continua Giuseppe Dentice. 

 

Chi si oppone

 

Il fronte che si oppone alla volontà israeliana di annettere le colonie ebraiche in Cisgiordania e la Valle del Giordano è fortemente variegato e promette di non cedere alle pressioni del governo di Netanyahu. Una delle prime conseguenze è stata l’annuncio di una ormai rara forma di collaborazione politica tra le forze di Fatah e Hamas, al governo rispettivamente in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Le tensioni tra i due gruppi sono esplose dopo che nel 2007 Hamas ha conquistato il controllo di Gaza e espulso i rappresentanti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), accusati di collaborazionismo con le forze israeliane. Sempre per quanto riguarda il fronte palestinese, Mahmoud Abbas, leader dell’OLP ha dichiarato a fine maggio che avrebbe interrotto ogni tipo di collaborazione amministrativa e militare con lo stato israeliano e con gli Stati Uniti qualora si procedesse con l’opera di annessione. 

 

Esiste anche un’opposizione interna al piano di annessione che Netanyahu e Gantz hanno intenzione di implementare. Sebbene l’emergenza sanitaria, dovuta alla pandemia scatenata dal Covid-19, abbia portato ad un’interruzione del dibattito tra le varie forze politiche israeliane sull’utilità e le future conseguenze che il completamento dell’annessione avrebbero comportato ha perso di centralità, negli ultimi mesi la società civile israeliana è tornata a far sentire il proprio malcontento per evitare periodi di tensione in futuro. 

 

All’interno dell’arco costituzionale israeliano ci sono i partiti di sinistra, come il Labor e Meretz, che osteggiano in maniera più o meno risoluta il piano di annessione. Anche la Joint List dei partiti arabi, la quale alle ultime elezioni ha raccolto il 12,67% dei consensi, in un paese in cui circa il 20% dei cittadini è arabo-israeliano, si è espressa in maniera fortemente negativa nei confronti del piano.  

 

Anche il movimento dei coloni israeliani, fortemente di destra, si è spaccato di fronte alla proposta di annessione dei territori occupati, visto che, secondo alcuni esponenti, il piano prevede una percentuale di territori da annettere inferiore rispetto a quanto sperato. A essere fortemente osteggiata è inoltre la possibilità di vedere nascere uno stato palestinese, come prevede il piano. Secondo Naftali Bennett, leader del partito di destra Yamina, Israele ha bisogno di estendere la sua sovranità ma, al contempo, evitare che venga instaurato uno stato del terrore palestinese all’interno del suo territorio.

 

Le conseguenze in un quadro già altamente precario

 

La volontà del governo israeliano di procedere con il piano di pace proposto dall’amministrazione americana porterà ad un aumento della tensione nella regione. Israele rischia inoltre di mettere a repentaglio i trattati di pace firmati con Egitto e Giordania, rispettivamente nel 1979 e nel 1994, visto che sin da subito i due paesi si sono espressi in maniera fortemente critica nei confronti dell’accordo del secolo. I trattati rappresentano ancora oggi due pietre miliari nel tentativo, in corso sin dalla data di fondazione dello stato ebraico, di legittimare la propria esistenza agli occhi dei vicini stati arabi. Ecco quindi che il rischio di un conflitto militare, ad oggi tuttavia basso, o di un’ondata di sanzioni economiche contro lo stato ebraico che colpirebbe in maniera indiretta anche tutti coloro che lavorano in Israele, può trasformarsi in un colpo di grazia per le già precarie condizioni economiche della popolazione palestinese. 

 

L’emergenza sanitaria

In questo difficile contesto politico si inserisce poi la recente esplosione di casi di Covid-19. Inizialmente, l’epidemia sembrava essere stata tenuta sotto controllo dall’Autorità Nazionale Palestinese, che il 5 marzo aveva dichiarato tempestivamente lo stato di emergenza dopo sette casi riconducibili ad alcuni turisti greci positivi al virus nella zona di Betlemme. I mesi successivi hanno poi visto una relativa stabilizzazione dell’epidemia ed una graduale ritorno alla normalità a partire da fine maggio, con la fine del lockdown e la riapertura del confine israelo-palestinese che ha permesso a migliaia di lavoratori residenti in Cisgiordania di tornare a lavorare in Israele. Quest’ultimo fattore, seppure fondamentale per l’economia palestinese, è stato però determinante nella recente impennata di casi: centinaia di transfrontalieri, infettatisi lavorando al di là della linea verde, hanno poi riportato il virus in una Palestina post-lockdown. Ad oggi, complici anche le debolezze del sistema sanitario palestinese e la sovrappopolazione in alcune zone di Gaza, il virus è riesploso e le sue conseguenze sono potenzialmente devastanti.

Come spiega Majdalawi, è innanzitutto importante sottolineare le differenze tra Gaza, soggetta ad un blocco da parte di Israele che rende le condizioni socio-sanitarie molto difficili, e la Cisgiordania, caratterizzata invece da un sistema sanitario notevolmente migliore. Gaza ha infatti solamente 52 posti letto per oltre due milioni di abitanti ed è stata sprovvista di kit diagnostici fin da marzo. Se questo finora non è stato un grosso problema visto il lento diffondersi del virus, lo diventerà presto a seguito della recente esplosione di casi. Parallelamente all’azione dei governi di Hamas e Fatah, e in particolare dei Ministeri della Sanità, degli Interni e degli Affari Sociali, un ruolo importante nella prevenzione alla diffusione del virus è stata giocata delle organizzazioni non governative. ActionAid, ci racconta Daniele Lodola, è stata attiva su vari fronti, fornendo dispositivi di protezione individuale, detergenti, supporto al sistema sanitario locale ed informazioni sulle pratiche da adottare per il contenimento di un virus che ha tutto il potenziale per mettere in ginocchio la già traballante economia palestinese.

Le conseguenze socio-economiche del virus si stanno infatti già facendo sentire, e tutto fa sembrare che questo stato di cose non sia solo temporaneo. “La condizione della popolazione civile durante l’emergenza Covid-19 è peggiorata a causa delle interruzioni degli affari, Israele ha chiuso i confini impedendo l’ingresso di commercianti e lavoratori a Gaza”, racconta Majdalawi. Il principale contraccolpo economico sembra proprio essere stato causato dalla sospensione della libertà di movimento dei lavoratori transfrontalieri in Israele, il cui reddito ammonta a ben il 15% del PIL palestinese. Dopo la riapertura post-lockdown tra maggio e giugno, il recente aumento di casi, causato anche dallo stesso movimento di lavoratori, porterà sicuramente ad un nuovo stop nell’attività di questi ultimi. In questo senso, l’economia palestinese sembra trovarsi in un circolo vizioso, con un settore che è contemporaneamente fondamentale per il benessere della popolazione e principale vettore del virus nella regione. Alla chiusura dei checkpoint di confine si sommano poi le conseguenze economiche del lockdown, particolarmente gravi in un paese come la Palestina, fortemente dipendente dall’economia informale, dal turismo e dal commercio estero, tutti settori bloccati dall’emergenza. Come poi spiega Lodola “anche in Palestina esistono forti differenze sociali e, come in tutto il mondo, saranno i più deboli a soffrire di più”. Secondo Middle East Eye, prima della pandemia oltre il 14% delle famiglie che risiedono in Cisgiordania vive sotto la soglia di povertà, in seguito al lockdown si prevede che questa cifra raggiunga il 30%. Lo studio prevede inoltre che nella Striscia di Gaza il numero di individui sotto la soglia di povertà arriverà a contare circa il 64% degli abitanti. In questo contesto diventa nuovamente fondamentale il ruolo della comunità internazionale, che attraverso fondi di cooperazione contribuisce al 30% del reddito del paese, e delle organizzazioni non governative. Molte ONG, continua Lodola,  affiancano agli aiuti sanitari anche programmi anti-povertà, fornendo un sostegno economico ed alimentare alle comunità più vulnerabili.

Un’ultima aggravante è stata poi l’atteggiamento di Israele che, negli ultimi mesi, è stato accusato da più parti di aver negato l’ingresso di materiale sanitario nella Striscia di Gaza. In un comunicato congiunto, ACT Alliance e CIDSE, due tra le principali organizzazioni ombrello di ONG umanitarie, hanno condannato duramente le autorità israeliane, accusate di confische di aiuti umanitari e demolizioni di insediamenti palestinesi. A tal proposito, Majdalawi – che nella Striscia vive e lavora – critica duramente Israele per il mancato rispetto degli accordi bilaterali che obbligherebbero a facilitare l’ingresso di merci, beni e attrezzature sanitarie a Gaza; “è una forza di occupazione brutale che non risponde al diritto internazionale” conclude.

La situazione è quindi politicamente, economicamente e socialmente drammatica. Complice la sponda statunitense, un Israele sempre più aggressivo punta a frammentare la già erosa continuità territoriale palestinese annettendo le poche aree fertili al di qua del Giordano. Netanyahu, messo all’angolo dalle numerose accuse di corruzione, si giocherebbe infatti la carta del nazionalismo israeliano per compattare il paese dietro la sua figura e sopravvivere politicamente in un frangente per lui delicato. Se ciò accadesse, però, di quella che un tempo chiamavano casa al popolo palestinese non rimarrebbe che un pugno rovente di sabbia e sassi. Nei confronti della tanto sospirata soluzione a due Stati, il piano del secolo parrebbe quindi essere un ultimo e definitivo de profundis.

Alla crisi politica si aggiunge poi l’emergenza sanitaria, economica e sociale legata al Covid-19. Un sistema sanitario carente come quello palestinese non sembra in grado di reggere l’urto della pandemia, creando di rimando una bomba sociale pronta ad esplodere. Con l’economia informale e i movimenti transfrontalieri bloccati, il reddito del Paese perderà infatti entrate cruciali per il sostentamento della sua popolazione. Il tutto, come sempre, a discapito innanzitutto dei ceti più deboli. Una seconda nakba potrebbe essere alle porte.

Illustrazioni a cura di Gabriel Vigorito

 

Articolo di Stefano Mazzola e Pietro Furbatto 

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