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UNA STORIA SCOMODA


TRA SOVVERSIONE E CONQUISTE: L’EVOLUZIONE POLITICA DEL PRIDE


Ribellə, esclusə, manipolatə, normalizzatə - il Pride è lo strumento che la comunità Lgbtqia+ ha creato per rivendicare la propria diversità rispetto al paradigma dominante. Per questo è necessario comprendere che valore abbia oggi e quale sfide dovrà affrontare.

La nascita di una lotta: dagli Stati Uniti all'Italia



«Se qualcuno vi chiede perché esiste la marcia dell'orgoglio omosessuale o perché giugno è il mese del Pride, ditegli che è perché una donna bisessuale di nome Brenda Howard pensava che così dovesse essere», ha detto Tom Limoncelli, attivista bisessuale statunitense, in occasione della scomparsa di Howard nel 2005. Spiegare l’origine del Pride con questa semplice frase per quanto sintetico non è sufficiente per comprenderne la natura; è necessario invece conoscere la storia e il conuna-storia-scomodao in cui questo orgoglio ha sentito il bisogno di esprimersi.

Negli anni Cinquanta e Sessanta negli Stati Uniti la comunità Lgbtqia+ era fortemente repressa. In questo conuna-storia-scomodao, erano attive le cosiddette organizzazioni omofile come “The Daughters of Bilitis” e la “Mattachine Society” che coordinavano alcune delle primissime dimostrazioni del moderno movimento per i diritti LGBTQIA+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer, Intersessuali, Asessuali e il + indica inoltre tutte quelle identità di genere e orientamenti sessuali che non rientrano nelle lettere dell’acronimo). Queste organizzazioni portavano avanti i cosiddetti “Annual Reminders” (“Promemoria Annuali”), che si svolsero ogni 4 luglio dal 1965, per informare e ricordare agli americani la mancanza dei diritti civili fondamentali per i membri della comunità Lgbtqia+.

Nel 1969 lo Stonewall Inn era un dei bar gay più popolari a Christopher Street, New York. Considerando che fino al 1966 in America era illegale servire alcolici ad una persona gay e che nel 1969 l’omosessualità era ancora considerata un’offesa criminale, molte attività gestite da persone queer erano costrette ad operare senza il permesso di vendita di alcolici. Durante le prime ore dopo la mezzanotte del 28 giugno 1969, poliziotti in borghese del dipartimento di polizia di New York arrivarono allo Stonewall Inn ed iniziarono ad interrogare i clienti; incursioni di questo tipo erano all’ordine del giorno ma questa volta le cose non andarono secondo i piani della polizia. Il punto di svolta avvenne quando una donna lesbica di nome Stormé DeLarverie, trascinata fino all’automobile della polizia, oppose resistenza. La situazione precipitò velocemente, dopo alcune grida di prouna-storia-scomodaa contro i poliziotti iniziarono a volare anche delle bottiglie; una di queste partì da Sylvia Rivera, donna transgender diventata simbolo della lotta Lgbtqia+.

Quella notte furono arrestati diversi dipendenti del locale e clienti trans, oltre al fatto che diverse persone vennero picchiate. Nel frattempo una folla sempre maggiore si raccolse fuori dal locale e le prouna-storia-scomodae proseguirono non solo per il resto della notte e tutto il giorno successivo, ma anche durante la settimana. Questi eventi costituirono uno spartiacque nella storia delle prouna-storia-scomodae per i diritti Lgbtqia+.

Il 2 novembre 1969 Craig Rodwell, il suo partner Fred Sargeant, Ellen Broidy e Linda Rhodes, durante l’Eastern Regional Conference of Homophile Organizations proposero di organizzare la prima Marcia del Pride a New York. Così il 28 giugno 1970, ad un anno esatto dai fatti dello Stonewall Inn, si tenne il primo Christopher Street Liberation Day, che fu la prima marcia Gay Pride nella storia a New York, a cui parteciparono migliaia di persone. Il 27 giugno 1970 anche a Chicago si tenne una marcia commemorativa degli eventi di Stonewall e in seguito furono organizzate parate ogni anno l’ultima domenica del mese; qualche settimana dopo anche a San Francisco e Los Angeles si tennero le prime marce. Gli anni successivi, marce del Gay Pride avvennero a Boston, Dallas, Milwaukee, Londra, Parigi, Berlino e Stoccolma. In queste città le marce prendevano il nome di “Gay liberation day” o “Gay freedom day”. Il Pride divenne così un evento mondiale, che man mano si è espanso in tutto il mondo, anche se con tempistiche diverse.

Dopo Stonewall l’attivismo gay assunse un nuovo volto: l’obiettivo delle parate era infatti quello di criticare la logica etero-normativa considerata “normale e corretta” e rompere questo schema presentando in modo esplicito e sfacciato un’alternativa a quella logica. Cambiò anche il rapporto con le forze di polizia: le persone iniziarono a rispondere ai soprusi e nacquero così, insieme all’orgoglio gay, i primi veri movimenti di liberazione omosessuale. Si creò quindi una sepazione tra movimenti omofili, che puntavano all’integrazione nella società esistente, e movimenti di liberazione gay, che invece volevano cambiarne i paradigmi.

In Italia, il primo evento di prouna-storia-scomodaa organizzato da gruppi omosessuali avvenne il 5 aprile 1972 a Sanremo, dove si stava svolgendo il "Congresso internazionale sulle devianze sessuali" organizzato dal Centro italiano di sessuologia, di ispirazione cattolica. Alla manifestazione parteciparono circa quaranta persone appartenenti a diverse associazioni omosessuali di tutta Europa. Per l’Italia partecipò il Fuori (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), prima associazione del movimento di liberazione omosessuale italiano fondata nel 1971 a Torino da Angelo Pezzana. Fu proprio a Torino infatti che si svolse il primo evento specificatamente legato al Gay Pride in Italia, durante il sesto congresso del Fuori!, tra 19 e il 25 giugno del 1978. In seguito si svolsero altre manifestazioni come la prima marcia contro la violenza omofoba a Pisa, il 24 novembre 1979, a cui parteciparono circa cinquecento persone o la "festa dell'orgoglio omosessuale" organizzata dal circolo ARCI Gay di Palermo il 28 giugno 1981.

In Italia, il primo evento di prouna-storia-scomodaa organizzato da gruppi omosessuali avvenne il 5 aprile 1972 a Sanremo, dove si stava svolgendo il "Congresso internazionale sulle devianze sessuali" organizzato dal Centro italiano di sessuologia, di ispirazione cattolica. Alla manifestazione parteciparono circa quaranta persone appartenenti a diverse associazioni omosessuali di tutta Europa. Per l’Italia partecipò il Fuori (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), prima associazione del movimento di liberazione omosessuale italiano fondata nel 1971 a Torino da Angelo Pezzana. Fu proprio a Torino infatti che si svolse il primo evento specificatamente legato al Gay Pride in Italia, durante il sesto congresso del Fuori!, tra 19 e il 25 giugno del 1978. In seguito si svolsero altre manifestazioni come la prima marcia contro la violenza omofoba a Pisa, il 24 novembre 1979, a cui parteciparono circa cinquecento persone o la "festa dell'orgoglio omosessuale" organizzata dal circolo ARCI Gay di Palermo il 28 giugno 1981.

Come ci ha raccontato Porpora Marcasciano, attivista e scrittrice, nonché presidente onoraria del MIT – Movimento Identità Trans (Bologna): «Gli anni Settanta furono fondamentali per liberarsi dalle catene, poiché anche il solo percepire che si era messo in moto questo processo ci inebriava; fu questa la grande differenza rispetto al passato, ovvero che anche se il mondo attorno ci era contro il solo fatto di non sentirsi più isolati ma vedersi e riconoscersi in momenti collettivi e dimensioni allargate invogliava tutti a costruire insieme, come se ogni giorno si conquistasse qualcosa. In quegli anni infatti nacquero collettivi in tutte le città italiane, non solo nei grandi centri, anche se erano formati da sole tre persone; attraverso la provocazione fu prodotto tantissimo».

Nel 1994 si svolse finalmente il primo Pride nazionale italiano a Roma organizzato dal Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli con l'accordo dell'Arcigay, a cui parteciparono oltre diecimila persone. In prima fila c’era anche Andrea Berardicurti, in arte La Karl du Pignè; attivista, volontario e segretario politico del Circolo Mieli fu capostipite della scuola delle drag queen romane e co-artefice di quel primo Roma Pride. Nel 2000, in concomitanza con il giubileo, a Roma si tenne World Pride: l’evento vide una partecipazione inaudita per il conuna-storia-scomodao italiano, con una stima di più di cinquecentomila persone; giocò un ruolo fondamentale come risposta diretta all’attacco delle posizione cattoliche, ostili alla manifestazione.

Il cambiamento del Pride tra politica e social media



Nel corso del tempo, il Pride ha mutato forma, riflettendo le più ampie trasformazioni socio-culturali in atto nei diversi conuna-storia-scomodai storici e geografici. Il primo grande cambiamento arriva negli anni Ottanta, con l'avvento del neoliberismo e dell’HIV: mentre gli stati agevolano l’affermazione del capitale e della logica del profitto in tutti gli ambiti della vita, tagliando la spesa pubblica e trasformando profondamente le relazioni sociali e i diritti di cittadinanza, la pandemia dell'Aids colpisce in maniera altrettanto profonda la comunità Lgbtqia+, permeando il dibattito politico all'interno del Pride.

I media addossano la responsabilità della pandemia ad uno stile di vita allora considerato "libertino", portando avanti il concetto mistificato per cui le persone omosessuali erano infette e pericolose e che l'Aids riguardava esclusivamente la comunità queer. A causa di questo stigma, il Pride assume una nuova valenza: le persone Lgbtqia+ non vogliono essere più percepite come aderenti ad uno stile di vita alternativo agli schemi socio-culturali dell'epoca, ma come membri della società come tutti gli altri, da dover riconoscere e integrare.

Secondo il teorico Federico Zappino - autore, tra l’altro, di Comunismo queer (Meltemi) -, «l’Aids si afferma nel senso comune come malattia gay, colpendo proprio quei gruppi sociali che fino a quel momento avevano sferzato un attacco nei riguardi della famiglia, dell’ordine eterosessuale e dei rapporti tra i generi. L’HIV avrà un effetto nefasto sulle potenzialità rivoluzionarie delle minoranze di genere e sessuali. E fondamentalmente, la pandemia imprime sul movimento una profonda normalizzazione, anche sul fronte del suo fervente anticapitalismo.

Vengono meno parole d’ordine come “rivoluzione”, “sovversione”, “lotta anale contro il capitale”. Non si parla più di “sovversione della Norma eterosessuale”, come diceva Mario Mieli, né di “distruzione dell’eterosessualità”, come nelle parole di Monique Wittig, ma si affermano parole d’ordine decisamente più compatibili con l’ordine dominante: “inclusione”, “tolleranza”, “rispetto”. La lotta sovversiva muta nella richiesta di eguali diritti all’interno di una società le cui strutture devono restare saldamente eterosessuali e capitaliste».

Gli anni Novanta sono il palcoscenico del secondo grande cambiamento: se per l'Italia rappresentano l’'ufficializzazione" della lotta per l'uguaglianza con il primo Pride, nel resto del mondo occidentale invece assumono un'importanza significativa sotto molteplici aspetti, tra cui quello mediatico. Nel 1990, in concomitanza della cancellazione dell'omosessualità dal DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, al Toronto Film Festival viene presentato il documentario di Jennie Livingston "Paris is Burning", che - arrivato nelle sale nel 1991- cattura l’attenzione mediatica a livello globale. La vita della comunita drag e transgender di New York, prevalentemente afrolatina, viene raccontata in prima persona e mostrata sul grande schermo senza filtri.

Fino ad allora nel cinema mainstream le rappresentazioni di persone transgender erano state, eccetto per poche eccezioni, praticamente inesistenti, se non quando associate a una connotazione negativa o ad una presunta devianza o pericolosità. La progressiva esposizione mediatica della comunità Lgbtqia+ durante tutta la decade, spesso anche controversa, gioca un ruolo decisivo nel cambiamento del Pride, che - ampliando la sua visibilità - inizia a ricevere occhiolini dalle sponde democratiche, dando inizio ad un graduale processo di istituzionalizzazione.

Dagli anni Duemila in poi il Pride inizia a ricevere sponsorizzazioni da parte di grandi aziende e ad esser sempre più seguito dalle persone al di fuori della comunità Lgbtqia+, ma il grande punto di rottura è rappresentato dall’avvento e dallo sviluppo dei social media. Come afferma Marco Peterghezzi, presidente di Arcigay Palermo: «L'impatto più importante dell'era digitale è certamente la velocità con cui le notizie vengono diffuse: questo permette alla comunità Lgbtqia+ internazionale di venire a conoscenza della condizione delle persone Lgbtqia+ in Paesi, come è avvenuto recentemente con la Cecenia, dove i diritti umani non sono ancora rispettati. Sfuggire alla censura di Stati repressivi che nascondono queste violenze è sicuramente più facile adesso, grazie ai social network di quanto non lo fosse prima, in loro assenza.

Tuttavia non mi sentirei di definire questi spazi una "nuova piazza" ma sicuramente sono un'opportunità per dare maggiore visibilità, in tempo reale, ai cortei dei quali sentiamo ogni giorno di più la necessità». Grazie ai social media, infatti, le istanze del Pride riescono a raggiungere sempre più persone, da conuna-storia-scomodai anche molto differenti tra loro. In “Caught in a Web? The Internet and Deterritorialization of LGBT Activism”, Phillip M. Ayoub and lga Brzezińsk scrivono: «Per gli attivisti LGBT, Internet è un modo di aggirare barriere culturali e sociali, ridurre distanze geografiche e superare ostacoli istituzionali, tutti fattori che hanno contribuito allo sviluppo di un movimento all’interno degli stati e attraverso le frontiere».

Gli spazi virtuali, inoltre, permettono a persone che non hanno la possibilità di partecipare alle manifestazioni fisiche - persone con disabilità o che non hanno ancora fatto coming out, ad esempio - di svolgere un ruolo attivo all’interno della comunità. Non si lotta più quindi solo nelle piazze, ma anche con gli hashtag, sui feed, nelle storie su Instagram. Un esempio in questo senso è la mobilitazione massiccia sui social a favore del Ddl Zan, che ha giocato un ruolo centrale nel portare la proposta al centro del dibattito pubblico.

Il Pride oggi: la ricerca di un orizzonte comune



Il pride nel corso degli anni ha mutato la valenza politica che aveva alle sue origini e ha assunto sempre di più il carattere di celebrazione piuttosto che di momento di lotta. Su quale possa essere il suo valore oggi si interrogano e si scontrano moltissimi esponenti della comunità, con posizioni anche molto distanti tra loro. Se alcuni pensano che l’unico obiettivo per cui lottare debba consistere nell’ottenimento di pari diritti, un numero sempre crescente di persone cerca invece di riconnettersi agli albori della lotta queer, conuna-storia-scomodaando l’intero ordine eteronormato della società, in chiave esplicitamente anticapitalista.

Federico Zappino nota che «Soprattutto dal 2017 in poi ci sono stati tentativi crescenti di immettere contenuti teoricamente e politicamente più critici, da parte di movimenti paralleli ai Pride ufficiali e in alcuni casi dai Pride stessi, con degli esperimenti interessanti». Vengono in mente movimenti come la Marciona di Milano, o B-side Pride di Bologna, nati proprio in opposizione alla forte istituzionalizzazione e depoliticizzazione del Pride.

Un altro argomento di scontro è costituito dalla sponsorizzazione dei Pride da parte di grandi aziende, che si è fatta nel corso del tempo sempre più pervasiva. Da un lato, ci sono posizioni di rifiuto radicale, secondo cui va rigettata la partecipazione delle aziende, che promuoverebbero campagne a sostegno della comunità per amore del solo profitto. È evidente che oggi ci sia a livello commerciale una forte spinta a schierarsi dalla parte della comunità Lgbtqia+: non farlo significa perdere appetibilità. Secondo i più critici, i diritti devono essere riconosciuti a livello politico e non possono essere una merce, legata alle esigenze temporanee e mutevoli del mercato. Dall’altro, viene sottolineato il ruolo positivo che le corporation possono giocare a favore delle manifestazioni, attraverso i finanziamenti, il coinvolgimento di persone Lgbtqia+ all’interno delle campagne e una diffusione più ampia delle istanze.

Un rifiuto in toto riguarda, in ogni caso, quelle corporation che limitano il loro impegno a un determinato periodo dell’anno - giugno, ovvero il Pride month - e non mettono in atto misure concrete nella gestione aziendale che riflettano un impegno sul lungo periodo: il cosiddetto “rainbow washing”. Tuttavia, sempre secondo Zappino, ««strumentalizzazioni del genere non esisterebbero se le minoranze di genere e sessuali non si sentissero ancora in una posizione di grande ricattabilità e avessero una grande paura dell’invisibilizzazione. Va detto a chiare lettere che il gioco sporco che il capitalismo fa sulla pelle delle minoranze è ancora una volta agevolato dalla posizione diseguale e minoritaria che le minoranze di genere e sessuali occupano nella società eterosessuale».

Al contempo, per Zappino - e per i movimenti che condividono le sue riflessioni teoriche -, gli obiettivi politici delle minoranze non possono certo limitarsi alla rivendicazione della piena inclusione all’interno di un sistema sociale ritenuto profondamente diseguale e ingiusto, per mezzo di diritti intesi sulla falsa riga di quelli della famiglia eterosessuale: i diritti al matrimonio, all’adozione o l’accesso a tecnologie riproduttive. Questo fenomeno – diffusosi in concomitanza con l’affermazione del neoliberismo – prende il nome di “omonormatività”. In “The new homonormativity: the sexual politics of neoliberalism”, la teorica Lisa Duggan la descrive nei termini di «una politica che non conuna-storia-scomodaa i presupposti e le istituzioni eteronormative, ma le difende e sostiene, garantendo allo stesso tempo la possibilità di un elettorato gay smobilitato ed una cultura gay privatizzata e depoliticizzata, ancorata nella domesticità e nel consumo».

Va ricordato in questo senso che la comunità Lgbtqia+ è estremamente differenziata al suo interno e sotto un unico nome si raccolgono persone che provengono da conuna-storia-scomodai socio-culturali e economici, oltre che geografici, molto diversi. Un termine che - solo - si fa carico di esperienze profondamente dissimili, accomunate, tuttavia, dalla devianza rispetto a un paradigma dominante. L’ordine sociale, nel suo strutturarsi, distingue e ordina e, soprattutto, impone una gerarchia. Ciò che definiamo “normalità” è contingente e relativo e contiene al suo interno una dimensione di dominio. Ed è proprio attorno a questo concetto di devianza, a cui con il tempo sono stati associati termini come “aberrazione”, “degenerazione” e “perversione”, che la comunità si raccoglie. Questo non sta a significare, tuttavia, che le situazioni in cui si mette in discussione la norma di genere e sessuale siano identiche fra loro.

In questo senso, nasce la necessità di un approccio intersezionale: poiché le esperienze che facciamo del mondo sono condizionate da molteplici fattori, intrecciati tra loro, perché queste siano comprese nel loro significato si deve adottare uno sguardo ampio, che tenga conto di ogni elemento (razzializzazione, condizione economica e conuna-storia-scomodao politico, ad esempio). Attraverso il riconoscimento della specificità delle singole situazioni, è possibile arrivare a un orizzonte di lotta comune e riconoscersi sotto un’unica denominazione. L’obiettivo non è entrare a far parte di quella che viene definita “normalità”, ma di vivere in un conuna-storia-scomodao in cui non esista alcuna “norma dominante” alla quale conformarsi e la molteplicità sia pertanto riconosciuta e incoraggiata. Per Federico Zappino, quella “norma dominante” è l’eterosessualità, intesa non come orientamento sessuale, ma come ordine dei generi e delle relazioni sociali.

Come ha detto Porpora Marcasciano in un’intervista su Wired, «Adesso si parla di normalità. Ma cosa vuol dire? La normalità è quella etero o veteropatriarcale, come diceva Mario Mieli, e io quella non la voglio. Le diversità, invece, si declinano al plurale: un mondo diverso e vario come lo vorremmo noi, mentre invece la normalità a livello simbolico e politico è una sola.» Nel corso degli ultimi anni, sono stati fatti sforzi notevoli da parte di associazioni e gruppi per una maggiore rappresentazione e inclusione negli spazi queer, in particolar modo nel Pride, ma non si è ancora raggiunto il traguardo definitivo. Riccardo Celenta - attivista per Lgbtqia+ Cassero center, parte del Gruppo Trans APS di Bologna - mette in evidenza come, soprattutto nei Pride più piccoli, sia difficile portare la voce di minoranze sessuali e di genere: «Le istanze trans, e quelle delle altre minoranze, devono essere calcolate di più, punto. Non esistono giustificazioni valide».

Nonostante le varie divergenze all’interno della comunità, ideologiche e materiali, se c’è una cosa su cui la comunità è d’accordo, è appunto la necessità e l’importanza del Pride. Jonathan Bazzi, scrittore finalista al Premio Strega 2020, dice a “Scomodo”: «Lo spirito e il valore del Pride cambiano nel corso del tempo, pur rimanendo immutato il legame col centro più intimo della comunità LGBT. La carica rivoltosa degli inizi è inevitabile che oggi sia rimodulata in altro, ma non è scomparsa. Anche perché esibire caratteristiche non conformi nelle strade delle nostre città – per non parlare dei piccoli centri – può ancora essere un fattore di rischio: quando scendiamo in piazza per il Pride ce ne ricordiamo. Il Pride è quindi una festa ma è anche un grande rito di riappropriazione dello spazio pubblico, di circolazione sicura, e col cuore leggero, nel mondo comune, mondo nel quale spesso ci sentiamo vulnerabili ed esposti all’aggressività del braccio armato della tradizione.»

Quasi tutte le persone Lgbtqia+ condividono una sostanziale insoddisfazione per la nostra società. I tassi di povertà, la quantità di aggressioni psicologiche, verbali e fisiche che ogni persona queer teme ogni giorno, costanti discriminazioni su luoghi di studio e di lavoro, un perenne senso di freno e auto-censura alla propria espressione personale, uniscono nel percepire il Pride come un momento di unità e collettività fisica ed emotiva necessario e prezioso per tutti coloro che credono nel bisogno di di una buona vita per tutte le persone queer. E non.



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