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In Uzbekistan l’omosessualità rimarrà illegale

Nonostante le future modifiche al codice pensa in Uzbekistan le persone omosessuali verranno considerate ancora illegali

23/06/2021

Dopo la morte del presidente-dittatore Islam Karimov nel 2016, l’Uzbekistan ha iniziato una nuova fase della sua storia, improntata a una maggiore apertura sia politica che economica verso il mondo esterno. Il nuovo presidente, Shavkat Mirzioyev, ha iniziato il suo mandato tentando di introdurre riforme democratiche con un discreto successo: oggi l’Uzbekistan fa parte del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha ratificato il Protocollo Opzionale alla Convenzione contro la Tortura e la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità. Mirziyoyev si è anche impegnato ad aumentare la partecipazione delle donne alla vita pubblica del paese. Nonostante questi primi passi in direzione democratica, l’Uzbekistan presenta ancora dei tratti tipicamente autoritari. La scarsa libertà di stampa e di espressione sui social media, i limiti posti nell’organizzazione della società civile, i prigionieri politici e religiosi detenuti arbitrariamente e la criminalizzazione dell’omosessualità contrastano nettamente con la libertà di espressione e il pieno godimento dei diritti umani e civili. In particolare, per quanto riguarda la criminalizzazione dell’omosessualità, l’Uzbekistan è ancora uno degli ultimi paesi dell’Asia centrale, insieme al Turkmenistan (una delle dittature più autoritarie al mondo), a considerarla illegale. L’omosessualità in Uzbekistan viene punita secondo l’art. 120 del codice penale attuale con una detenzione da uno a tre anni di carcere; inoltre le persone omosessuali, o anche solo percepite come tali, devono affrontare su base quotidiana violenze e intimidazioni, estorsioni, ricatti, omofobia e marginalizzazione sociale, tanto dalla polizia quanto dai cittadini. L’intolleranza e l’omofobia a livello istituzionale, infatti, si rispecchiano anche tra la popolazione: incoraggiata durante la dittatura conservatrice di Karimov, l’omofobia oggi è ancora fortemente presente. Inoltre, l’attaccamento a valori religiosi e conservatori oggi si sta rafforzando in risposta ad alcuni dei tentativi di democratizzazione attuati dal presidente Mirzioyev, creando un ambiente sfavorevole per ogni futuro tentativo di legalizzazione dell’omosessualità. 

 

Le violenze e gli omicidi

Recentemente, il problema delle violenze omofobe e dei mancati diritti della comunità Lgbtq+ uzbeka è tornato alla ribalta dopo l’aggressione ai danni del blogger Miraziz Bazarov nella capitale Tashkent. Nonostante Bazarov non sia omosessuale, in seguito ad alcune sue dichiarazioni che incoraggiavano la comunità Lgbtq+ a riunirsi e protestare davanti ai luoghi di culto, un gruppo di aggressori non identificati ha ferito il blogger procurandogli diverse lesioni e una frattura alla gamba. Quella di Bazarov tuttavia è solo l’ultima aggressione di una tendenza che vede le persone legate alla comunità Lgbtq+ temere per la propria incolumità se non per la propria vita. Nel settembre del 2019 ad esempio, il corpo del venticinquenne Shokir Shavkatov è stato ritrovato brutalmente sgozzato in un appartamento di Tashkent, a pochi giorni dal suo coming out su Instagram. Quella di Shavkatov è stata una mossa coraggiosa e insolita, prontamente pagata con la sua stessa vita. I membri della comunità Lgbtq+ infatti raramente rendono esplicito il loro orientamento sessuale, proprio per il timore di subire le violenze e gli atti intimidatori che ne derivano.

Il clima di paura e illegalità che dilaga fra la comunità Lgbtq+ uzbeka fa sì che a oggi nel paese non ci siano Ong indipendenti o una società civile organizzata che difenda e parli pubblicamente del problema. I membri della comunità sono costretti ad agire in segreto, con la costante paura di rischiare la libertà, se non la vita, e l’unica scelta che si presenta loro è quella di nascondere una parte della propria identità per sopravvivere. I membri della comunità Lgbtq+ uzbeka avevano sperato che l’imminente riforma del codice penale avrebbe comportato la decriminalizzazione dell’omosessualità, ma come si evince dalla prima bozza uscita il 21 febbraio, gli stessi contenuti dell’articolo 120 riappaiono sotto forma diversa nell’art. 154 che definisce l’omosessualità come “un crimine contro la famiglia, i bambini e la moralità”. Nonostante la recente adesione dell’Uzbekistan al Concilio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, ancora una volta, il paese ha perso l’occasione per conformare la propria legge con gli standard internazionali per la protezione dei diritti umani, nonché con la sua stessa Costituzione. 

 

Il nuovo codice penale

Nel loro report Comments on Article 154 of the Draft Criminal Code of Uzbekistan, Human Dignity Trust e ILGA-Europe, due organizzazioni che monitorano i diritti delle persone Lgbtq+,  hanno rilevato come, dalla caduta del blocco Sovietico all’inizio degli anni Novanta, nell’area si sia registrata la tendenza generale a decriminalizzare l’omosessualità, anche in quei paesi con popolazione a maggioranza islamica e membri dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, tra cui l’Azerbaijan, il Kazakhistan, il Kyrgyzistan e il Tajikistan. Per quanto dunque l’islam e il conservatorismo caratterizzino fortemente la società uzbeka, non possono essere considerati come una legittima giustificazione per la resistenza dello stato alla decriminalizzazione dell’omosessualità. 

Ma finchè dal lato istituzionale non ci sarà una maggiore apertura alla costituzione di una società civile indipendente, a riconoscere i diritti umani e civili di tutta la popolazione e a conformarsi agli standard democratici internazionali, il giorno in cui l’omosessualità verrà depenalizzata sembra essere ancora lontano. Il 14 marzo Rasul Kusherbayev, un giovane membro del parlamento uzbeko considerato come una figura progressista della politica nazionale, ha dichiarato che la legalizzazione dell’omosessualità significherebbe la morte della nazione stessa, che si tratta di una proposta insensata, immorale e innaturale, che porterebbe all’estinzione della popolazione. Dopo l’aggressione di Bazarov, sebbene il governo abbia dichiarato che si sarebbe attivato affinché i colpevoli fossero identificati, ha anche ribadito come le dichiarazioni del blogger fossero pericolose, nonché un insulto per l’integrità della nazione. Sempre a seguito dell’aggressione di Bazarov, diverse figure pubbliche e una squadra di calcio si sono pronunciati nuovamente contro l’omosessualità. 

Alcuni membri della comunità Lgbtq+ oggi esprimono una maggiore preoccupazione circa la loro situazione: sebbene Bazarov abbia contribuito a sollevare il dibattito sui diritti Lgbtq+ e civili, sia a livello nazionale che internazionale, alcuni temono che abbia danneggiato ulteriormente la loro posizione. Alcuni membri della comunità Lgbtq+ uzbeka intervistati da Reuters in forma anonima dicono di temere oggi per la loro incolumità più di prima ed evitano di incontrarsi in pubblico e di lasciare le loro abitazioni. Personaggi come Bazarov, che non fanno parte della comunità e non sono attivisti, ma cercano uno scontro con le istituzioni e visibilità pubblica, possono apportare più danni che benefici per la loro causa. 

 

L’Uzbekistan e l’omosessualità

L’Uzbekistan per anni è stata una dittatura isolata dal mondo esterno; Mirzioyev si è detto intenzionato a invertire questa tendenza, per aprire soprattutto a livello economico e turistico il paese. Questa apertura fa quindi sperare che in un futuro ne seguirà inevitabilmente anche una a livello politico che porterà al pieno godimento dei diritti umani e politici per tutta la popolazione, compresa la comunità Lgbtq+. La tendenza generale in Asia centrale tuttavia non è molto promettente. Ne abbiamo parlato con Dastan Ibragimov, della Ong kirghisa Labrys, una delle più grandi associazioni pro Lgbtq+ dell’area e che opera e fa monitoraggio su tutta l’area dell’Asia centrale. Anche il Kirghizistan, il paese più “libero” dell’area e dove esiste il più ampio margine di manovra per le ONG e la comunità Lgbtq+, oggi affronta delle minacce alla libertà di espressione e diritti. Una nuova legge che aumenta il controllo statale sulle associazioni non governative rispetto alle loro risorse finanziarie  e al loro operato, unita alla modifica della costituzione avvenuto quest’anno che introduce nuovi punti circa la restrizione delle attività che possono danneggiare la moralità e la spiritualità del popolo kirghiso (art. 10), impediranno considerevolmente in futuro il margine d’azione delle Ong che operano nell’ambito dei diritti Lgbtq+. Nel vicino Tajikistan invece, dal 2018 è stata redatta una lista di cittadini e cittadine omosessuali, ufficialmente per evitare e prevenire la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili, ma senza che fosse specificato che genere di provvedimenti sarebbero stati presi al riguardo. Infine in Turkmenistan l’omosessualità è ancora criminalizzata dalla dittatura di Gurbanguly Berdimuhamedow. 

Le premesse dunque non sono le migliori per sperare che in un futuro prossimo l’omosessualità venga depenalizzata in Uzbekistan, né che negli altri paesi dell’Asia centrale lo stigma e la marginalizzazione a essa associati vengano neutralizzati, ci confessa Ibragimov. Tuttavia, il fatto che le generazioni più giovani sono in generale anche le più favorevoli al cambiamento, all’apertura e alla democratizzazione, apre uno spiraglio perché l’Asia Centrale, quindi anche l’Uzbekistan, si incamminino verso un maggiore riconoscimento dei diritti umani e civili.

 

Questo articolo è un adattamento dell’approfondimento Vietato esistere che potete trovare sul numero 42 di Scomodo abbonandovi qui.
Articolo di Federica Tosi